Macerie

La guerra era passata anche di qui, insensibile al pianto dei neonati, allo strillar delle donne e alla bellezza della torre che si ergeva sulle rive del lago. Non una sola casa era stata risparmiata dagli incendi, non una sola chiesa aveva resistito ai colpi delle cannonate che falciavano tutto ciò che si parava sul loro cammino.
Gli uomini di Ponte Nuovo erano morti per difendere le proprie famiglie, ma l’avevano fatto invano, perché le lame e gli archibugi dei devastatori venuti da lontano non si curavano di quanti li sfidavano con forconi e zappe, ma volevano solo trovare un posto da saccheggiare e devastare. E femmine, giovani o vecchie, graziose o verrucose, da possedere per sollazzare i propri istinti.
Era questo ciò che si lasciavano alle spalle tornando alle terre da cui erano giunti, con la coda tra le gambe per aver sfidato il re e perduto sul campo. Tuttavia, erano ancora ebbri di rabbia e risentimento da non riuscir a distinguere il bene dal male.
Erano diventati loro stessi il male.
I prelati avevano cercato di ammonirli, facendosi portavoce del volgo, ma per tutta risposta erano stati dapprima tacciati con schiaffi e pedate per poi essere trapassati con l’acciaio temprato delle loro lunghe spade, su cui grondava abbondante il sangue degli abitanti del borgo.

Lavinia piangeva ancora il corpo infranto del suo promesso sposo e la faccia della giovane lavandaia era una maschera di dolore stillante lacrime: avrebbero dovuto sposarsi alla fine di aprile, prima che lui partisse con le capre a cui badava per conto del barone di Ripabianca. Sua madre le cingeva le spalle, cercando di farla alzare e lasciare che i beccamorti si occupassero di celare quel che restava di Fernando, in una bara di assi grezzamente inchiodate.
Ascanio, suo fratello minore, che si era salvato perché era al largo con gli altri pescatori, li aveva raggiunti quando ormai se n’erano andati, ma avevano dovuto trattenerlo in molti per impedire che li inseguisse e si facesse ammazzare come uno sciocco, cercando vendetta brandendo una daga tempestata di ruggine.

Il vecchio acquedotto era diventato il riparo di quanti non avevano più un tetto sotto cui dormire e, uno degli antichi archi di pietra, la cappella dove celebrare la funzione della domenica: il parroco era morto, e l’arciprete agonizzava su un pagliericcio in ciò che restava della canonica, così fu il vescovo in persona, monsignor Delle Cave, a dir messa tra lo straziante silenzio che li attorniava, rotto solo dal suono vispo degli uccelli che cinguettavano dai rami degli alberi nei dintorni.

La guerra era passata anche da Ponte Nuovo, sulle rive del lago di Ripabianca, ma da qui non se ne sarebbe più andata, perché la gente che vi era morta era tanta e ricostruire un borgo dal nulla, un paese che aveva perso persino il simbolo che gli dava il nome, era troppo anche per gente operosa e devota come loro.
Questo luogo sarebbe stato presto dimenticato, nessuna mappa ne avrebbe riportato l’ubicazione, nessun volume ne avrebbe raccontato la straziante cronaca dei suoi ultimi giorni. Solo le pietre, cadute e celate in vecchio bosco, ricoperte di muschi e licheni verso nord, ricordano cos’è accaduto alle sue case e ai suoi abitanti.
Qui ci sono solo le macerie, ma queste macerie sono anche una storia.


Questo racconto è liberamente ispirato dal quadro qui sotto

Antonio Travi detto “Il Sestri” – Paesaggio con pescatori e rovine (fotografia personale)

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