La raminga #2

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Di rado qualcuno passava accanto alla Torre, per via della sua arcana minaccia e della posizione defilata rispetto alle strade principali, ma un giorno di qualche anno fa giunse un vecchio monaco, da un’abbazia dove si celebrava la sapienza in tutte le sue forme: era intenzionato a studiare più da vicino i misteri di quel luogo di cui aveva letto e sentito parlare e la curiosità l’aveva spinto a cercare le risposte ai tanti interrogativi che affollavano la sua mente.
Si intrufolò nella Torre durante il giorno e fu subito colto da una sensazione di liberazione, ma questo durò ben poco, in quanto appena mossi i primi passi oltre la soglia, il suo corpo venne straziato dalle unghie e dai morsi dalla fiera a custodia di quel luogo. Non ebbe nemmeno il tempo di urlare o di aver paura, tanto fu rapida la sua dipartita.
Quando, al tramonto, Fiona fece ritorno, trovò sangue e brandelli di carni e vesti dello studioso, oltre alla sua bisaccia che conteneva un pesante volume: Le leggende perdute. Dopo aver ripulito, passò la notte a sfogliare le pagine ingiallite di quel vecchio tomo che puzzava di muffa, pieno di illustrazioni e didascalie. Alla fine, trovò anche un riferimento alla Torre che la ospitava. O, per meglio dire, in cui era imprigionata.
Nel libro si parlava di due modi per infrangere la maledizione e andarsene senza perdere la vita: il primo consisteva nel trovare qualcuno disposto a prendere, di sua spontanea volontà, il proprio posto nella Torre; l’altro, ancor più improbabile, nel trovare l’amore vero.
Fiona si lasciò cadere sul freddo pavimento di pietra e pianse: “Chi mai vorrebbe farsi carico di un simile fardello per una come me?” e poi aggiunse “E come potrò mai amare qualcuno, se nessuno mi può stare accanto?”

Passarono altri mesi e un dì, un uomo, arrivò da quelle parti: era un cacciatore, un maestro nell’arte venatoria e attese la raminga nei boschi che circondavano la Torre. La avvicinò, le parlò e le fece conoscere il suo piano. Riuscì a convincerla a tendere un agguato al coguaro dal manto argentato, affinché potesse ucciderlo e liberarla finalmente dal giogo della maledizione che la legava indissolubilmente a quel luogo.
Fiona, benché poco convinta del risultato, assecondò il cacciatore che, dopo averla fatta restare con sé fino al tramonto, fu costretto a legarla a un albero, poiché la donna urlava dal dolore dovuto alla distanza che la separava dalla Torre, dove invece avrebbe trovato conforto. In cuor suo, Fiona, era persino grata del fatto che il protettore e guardiano presto l’avrebbe raggiunta e uccisa, così da liberarla dallo strazio, ma quanto il felino arrivò per compiere il proprio compito, titubò vedendola legata e quell’istante gli fu fatale, perché una freccia, scagliata da dietro le fronde, lo trafisse al cuore. Il coguaro morì lì dov’era e dapprima il suo manto perse colore, poi l’intero corpo divenne traslucido, fino a svanire del tutto.
Fiona, nel frattempo, non aveva smesso di patire e quindi il cacciatore le sciolse i lacci che la tenevano alla ruvida corteccia e la seguì nella sua corsa affannosa verso la Torre.
Appena dentro, il dolore della donna cessò e la voglia di vivere tornò a scorrere fluente e ricca nelle sue vene, ma con essa anche in quelle del coguaro, che ora aveva assunto un manto del color del ferro: la belva assalì il cacciatore e ne fece una poltiglia sanguinolenta priva di vita: “Non è così che riavrai la tua vita: non è questa la via per la tua libertà.”
Fiona apprese la lezione ripulendo il sangue del cacciatore, sparso tutt’intorno all’ingresso della Torre.

continua…

28 commenti

      1. Ok, sei stata nominata mia groupie ufficiale! 🤣🤣🤣

        Ti ringrazio, mi fa piacere che quel che pubblico risulti interessante/divertente/appassionante… ma soprattutto mi interessa che sia piacevole da leggere. E se ci sono riuscito, allora sto facendo bene! 🙂

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      2. Grazie per la nomina!!!! Ne sono onorata! Che mi arriva anche la spilletta a casa per caso?
        Si ieri ero in un momento terribile, ho letto tutto il tuo blog, mi è piaciuto subito, non ho interagito granché perché non ero dell’umore appropriato. Riesco a incollarmi addosso ogni storia che scrivi, ogni pensiero, ogni riflessione. Hai questo potere

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      3. Sul merchandising ci sto ancora lavorando, ma conto di rimediare prima o poi! 😀

        Ieri si notava, ma per fortuna mi sono appiccicato fino a farti sorridere: mi fa piacere che oggi vada meglio (non negarlo, si vede)

        Se le storie/poesie/riflessioni che scrivo, poi, ti prendono, allora ancor meglio. Immagino anche il perché, visto che le prime avevano un velo di tristezza più o meno latente.
        A volte sarò anche più giocoso o con atteggiamenti (negli scritti) aggressivi o da incutere paura (ci sto lavorando).

        Comunque mi fa piacere che riesca a farti compagnia. 😉

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