La raminga #4

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Un mattino, sul presto, dal folto del bosco sbucò un uomo dalla faccia abbronzata per il lungo peregrinare sotto al sole; sfoggiava un’espressione serena e gli abiti variopinti che indossava erano di chi è stato in tanti luoghi diversi e ha conosciuto molte genti differenti; a tracolla portava una sacca di cuoio con dentro le poche cose per sopravvivere, ma ciò che più lo identificava era il liuto, che strimpellava con movimenti esperti, a ogni passo che faceva.
Fiona uscì dalla Torre e restò a fissare il bardo canterino che intonava una melodia con voce gioiosa, intenta a mischiarsi agli accordi soavi che uscivano dal suo strumento: “Chi sei tu che vieni fin qui non con dei libri, non con delle armi, non con dei titoli, ma solo con una canzone sulle labbra?” La raminga gli si avvicinò e lo fissò: gli occhi scuri di Fiona si persero nei suoi, chiari, d’un celeste simile a quello del cielo terso dell’inverno del nord “Resterai qui a farmi conoscere versi che narrano di terre lontane che ormai non vedrò più?”
Il bardo restò estasiato dalla visione della raminga, ma non smise di cantare e le sorrise, annuendo.
La donna gli fece cenno di seguirla e lo condusse in una radura poco distante: sedettero fianco a fianco su un tronco e gli animali del bosco si avvicinarono per ascoltare le note e le parole del bardo, che cantava e suonava per Fiona.
Il tempo corse veloce e il bardo e la raminga lo passarono insieme, ogni giorno, dall’alba al tramonto: lui le narrava dei posti in cui era stato, cantando le canzoni dei luoghi visitati; lei si perdeva nel cielo dei suoi occhi e gli raccontava della vita passata, che ormai era perduta e di ciò che la Torre le aveva riservato. La sera, lei rientrava e lui dormiva nella radura, aspettando che il mattino seguente arrivasse presto.
“Posso prendere il tuo posto, mia bella raminga.” Le disse un giorno al crepuscolo, prima che lei rientrasse entro i muri di pietra calcarea.
“Davvero lo faresti?” gli domandò Fiona “Davvero prenderesti il mio posto?” lui annuì e con un sorriso, entrò nella Torre e la porta si richiuse alle sue spalle.

Era passato un mese da quando la raminga era partita, e solo pochi giorni in più erano trascorsi da quando le vite del bardo e di Fiona si erano incontrate, intrecciate e unite per il tempo a venire: quei momenti, nessuno dei due li avrebbe dimenticati per il resto della propria vita.
Il coguaro era acciambellato ai piedi del cantore, sulla vetta della Torre, e ascoltava gli accordi del liuto mentre le faville si levano dal fuoco verso il cielo estivo, a confondersi con le stelle del firmamento. Il manto del felino era divenuto d’un ramato intenso: era perito e rinato quando il bardo aveva preso il posto di Fiona, ma lui fu lieto di morire e rinascere quando le due anime si erano unite in un solo destino, quello che la Torre aveva scritto per loro.
L’indomani sarebbe stato un mese esatto da quando lei era partita: egli aveva letto nei suoi occhi il desiderio di restare, ma lo spirito ramingo reclamava la strada, il luogo in cui ritrovare se stessa. Ma lei gli aveva promesso che sarebbe tornata e sarebbe rimasta, facendo dell’uomo i suoi occhi e le sue orecchie per un’altra parte del viaggio, anche se il bardo non era affatto certo che avrebbe ritrovato l’ispirazione se non lì, in quel luogo magico e con gli occhi di Fiona in cui sprofondare il proprio sguardo. Con il cuore di quella donna speciale a battere accanto al suo.
Purtroppo, però, non ci poteva essere che un solo spirito legato alla Torre, non più di uno per volta, perciò avrebbero avuto un solo giorno per stare insieme, una volta al mese: questo è quanto era scritto sull’antico tomo che il sapiente aveva con sé quando perì ingenuamente al suo arrivo.

continua…

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