Gli orfani #1

Lo stanzone era illuminato solo dai tenui barlumi delle candele del corridoio che filtravano dagli spicchi di vetro che sovrastavano la porta e una lamella di giallo segnava una linea anche sotto i due battenti, come a volersi insinuare nella stanza dove i diciotto ospiti passavano la notte.
Qualcuno, però, fingeva solamente di dormire: Daniel, infatti, aveva gli occhi aperti e guardava le ombre che animavano quello spiraglio oltre la porta della camerata degli ospiti del Saint Margaret in the Field. Gli orfani dovevano rimanerci da quando il pendolo dell’atrio del palazzo in stile Queen Anne scandiva nove rintocchi fino all’alba del giorno seguente.
Il ragazzino rimase a fisare la porta, finché la luce si mise a variare solo alle tenui oscillazioni delle fiammelle «Stai dormendo?» al bisbiglio, Mary si rigirò e la testa sbucò da sotto le coperte: la ragazzina si tirò sui gomiti e fece ondeggiare i riccioli scuri «Bene.» Daniel saltò giù dal letto e afferrò la sacca sotto il proprio giaciglio «Dobbiamo fare in fretta.» si infilò la camicia e le brache, tirandosi le bretelle sulle spalle.
«Un attimo, ho quasi finito.» il sussurro della ragazzina si confuse nel ronfare sommesso di Daisy, nel letto accanto al suo; finì di allacciarsi i bottoni della camicetta e la cacciò, in vita, dentro la lunga gonna scura. Posizionò il cuscino sotto le lenzuola, in modo da riempire il vuoto che aveva lasciato «Stanno dormendo tutti, vero?» la flebile voce le tremò, girando la testa, nella penombra che li circondava.
Daniel annuì «È giunto il momento: se ci beccano…» strinse le labbra e sbirciò dietro il pesante tendaggio: la fettina di luna era coperta da alcune nubi, spinte da una lieve brezza che agitava anche le foglie che iniziavano a ingiallire sui faggi «Andiamo, forza.» si infilò la sacca a tracolla e si avviò.
Il ragazzo abbassò la maniglia e i cardini cigolarono quando aprì pian pianino la porta. Mary sussultò, ma lui le strinse la mano sinistra, che teneva ben salda. Con l’altra mano, entrambi reggevano le scarpe e avanzarono scalzi sul tappeto consunto del corridoio, dove le candele agitavano lunghe ombre al loro passaggio. Le scale emisero un suono stridulo appena iniziarono a scendere, facendo trattenere il respiro ai due ragazzini.
Dopo un momento di esitazione, proseguirono a passetti svelti fino all’atrio, dove si sentiva solo il rumore metallico dell’oscillazione del pendolo.
In cima alle scale, seduta sull’ultimo gradino, Daisy guardava la scena: incrociò per un attimo lo sguardo del ragazzo, ma alla sua espressione furente fuggì, scalza, verso la camerata da cui erano appena usciti.
La porta d’ingresso era chiusa, ma Daniel si mise in punta di piedi e raggiunse con le dita il piano della mensola «Eccola!» sorrise, brandendo la chiave: mentre la infilava nella toppa, Mary gli stampò un bacio sulla guancia «E questo cos’era?»
La ragazzina gli accostò le labbra all’orecchio «Ti voglio tanto bene, Dany…» poi abbassò la testa, al suono dello scrocco che girava nella serratura: alla luce della lanterna che brillava sotto il porticato, si vedeva il rossore che le imporporava le guance. L’odore di erba bagnata, mista a letame, li investì.
I due uscirono e, dopo aver riaccostato la porta, si sedettero sui gradini per infilarsi calze e calzature «Ora andiamo: entro domattina saremo in città e…» le parole del giovane furono interrotte da un profondo abbaiare «No, Blackie, smettila!» sibilò il ragazzo, guardando verso destra.
Il bloodhound, però, era uscito dalla sua cuccia e aveva iniziato a latrare, facendo sferragliare la catena che lo teneva vincolato nei paraggi della casetta di legno. All’interno dell’edificio, altri lumi si ravvivarono e un vociare irritato si levò da una finestra.
Daniel e Mary, mano nella mano, presero a correre lungo la stradina ghiaiosa che, qualche centinaio di iarde più avanti, si infilava nel faggeto «Svelta, corri…» la incitava il ragazzo, ma la giovane era rallentata dal gonnellone e, sebbene lo tenesse sollevato fin quasi alle ginocchia, le si impigliò nei calcagni: inciampò e ruzzolò in una pozzanghera al margine del viottolo sassoso.
«Non ci riesco…» Mary aveva le lacrime agli occhi e fissava la sagoma dell’orfano che si era fermata a pochi passi da lei «Vai, Dany: senza di me ce la puoi fare!»
Daniel, però, si accucciò e la aiutò a sollevarsi «Non dire sciocchezze: non me ne vado senza di te..» le carezzò i palmi, escoriati dai frammenti aguzzi di ghiaia.
«Non fare lo stupido.» Mary si rimise in piedi, ma ritrasse la mano e si voltò verso l’orfanatrofio di Saint Margaret in the Field «Sono già qui: non ce la faccio ad andare più veloce.» poi si mise a correre verso la propria sinistra, dove si intravedevano i riflessi delle stelle e dello spicchio di luna sulle acque del torrente «Addio…»

continua…

79 commenti

  1. mi hai fatto ricordare i miei tempi di ragazza alla pari a Londra! l’antica parrocchia (civle) di Saint Margaret in the Field comprendeva anche la zona di Buckingham Palace, e io lavoravo in quella zona vicino al Tamigi, presso un Prof di storia che mi fece una capa tanta su tutta la storia del luogo e trovarla qui mi ha fatto tornare indietro nel tempo! certamente un racconto di tempi andati, ma lo seguirò con piacere!

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    1. Oddio, io credevo di aver inventato questo nome, visto che non fa riferiemento ad alcuna struttura simile. E’ meraviglioso che il nome che ho scelto (Santa Margherita nel campo – evocativo, anche se banalotto) esisteva realmente.

      Però ci si dovrà spostare a sud di Londra, nell’Hampshire 😉

      Nei prossimi giorni (lunedì, mercoledì e venerdì di questa e della prossima settiman) il resto! 🙂

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