Gli orfani #5

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Daniel si era nascosto, già dal tramonto, dietro una delle piante del filare che costeggiava la stradina ghiaiosa che portava alla villa dei Crownhill: col calare della luce, le voci provenienti dal giardino si erano via via attenuate e allontanate e, alla fine, si iniziarono a udirsi solo gli uccelli notturni e qualche cornacchia gracchiante.
Il marinaio si arrampicò sul muro di cinta e rimase a sedere sulla sommità, celato dalle fronde di un salice, che immergeva le sue radici nello stagno a cui offriva la sua ombra. Nel palazzo vittoriano le luci erano state accese in quasi tutte le stanze ma chi lo abitava era eclissato da pesanti tendaggi che occultavano alla vista ciò che accadeva all’interno.
Il tempo trascorreva e l’ora dell’incontro con Daisy si approssimava, così Daniel si lasciò cadere sulla soffice erba e si avvicinò di soppiatto alla porta da cui l’aveva vista uscire la mattina di quello stesso giorno.
La figura dell’orfana del Saint Margaret in the Field si stagliò nella luce dell’uscio e, appena fuori, se lo richiuse alle spalle: si diresse verso il confine del giardino, nella direzione che il giovane le aveva indicato Daniel, che le stette dietro e la raggiunse poco prima dello stagno, con la mano destra a stringere il manico del pugnale, infilato nelle brache, dietro la schiena.
«Sono dietro di te.» le annunciò, facendo balenare la lama davanti al suo volto «Spero che tu abbia le informazioni che ti ho chiesto, perché altrimenti è la volta buona che…»
«Mary… Mary non è qui.» piagnucolò Daisy, irrigidendosi al contatto col freddo metallo che le carezzava la guancia «Stamattina, quando è tornata, mi ha detto che lei e la signora Crownhill avrebbero cenato a casa Farlington per discutere gli ultimi dettagli del suo fidanzamento.» la giovane donna si girò lentamente.
Daniel abbassò l’arma, lasciando il braccio ciondoloni lungo il fianco «Non… non le hai detto di me? Che ero tornato per lei?»
Daisy scosse il capo «Perché ti ostini tanto? Lei ormai è promessa a un altro.» represse un singulto, senza staccare lo sguardo dall’arma che teneva in mano il giovane «E poi credi davvero che vorrebbe stare con uno come te quando ha modo di cambiare in meglio la sua vita?»
«Devo parlarle, subito!» strinse le nocche attorno all’impugnatura fino a farle sbiancare e si avviò verso il muro di cinta.
«Non essere stupido.» Daisy lo afferrò per la spalla, ma lo lasciò subito vedendo lo sguardo carico d’odio che le restituì «E anche se volesse tornare sui suoi passi, non sta certo a lei decidere cosa può o non può fare: è la signora Crownhill a tenere le redini della nostra vita. O almeno sarà così finché sarà sposata. A quel punto sarà in balia di suo marito, Solomon Farlington.»
Daniel si girò verso di lei «Questo si vedrà…» si arrampicò e quando fu in cima al muro la fissò «Addio, Daisy.» e si lasciò cadere dal lato opposto.

A poche centinaia di iarde a nord-est di Southsea Castel, nella residenza della famiglia Farlington la cameriera stava togliendo il vassoio con quanto restava di un arrosto di maiale farcito, con contorno di patate a tocchetti.
La signora Crownhill sedeva all’estremità opposta del padrone di casa, il signor Jacob, e alla loro destra c’erano rispettivamente Mary e Solomon: era stato stabilito un pasto all’insegna della frugalità, ma in quanto ricco borghese, Farlington non aveva potuto esimersi dal portare in tavola almeno una mezza dozzina di portate. In attesa della conserva di frutta, che avrebbe concluso la cena, i partecipanti al convivio si stavano ripulendo dal succulento sughetto della carne, tamponandosi le labbra col tovagliolo di cotone ricamato.
Mary si era mossa sempre meno impacciata tra le posate, dopo aver avuto la brillante idea di osservare la sua tutrice prima di cimentarsi nella degustazione delle pietanze e questo le era valso persino l’elogio del futuro suocero, che non le aveva staccato gli occhi di dosso da quando aveva messo piede nella casa.
La cameriera, spingendo un carrellino con una ruota cigolante, portò in tavola delle coppette di confettura di mela aromatizzata alla cannella e chiodi di garofano, accompagnando il tutto con tè nero delle Indie e una bottiglia di gin per la correzione.
«Finito di cenare» la signora Crownhill osservò le movenze della serva di casa Farlington «avrei desiderio di parlarvi degli ultimi dettagli ancora da stabilire, se non vi spiace.»
Il padrone di casa sollevò la testa dalla coppetta, lasciando in sospeso il cucchiaino che stava per portare alla bocca, nascosta sotto due corposi baffi impomatati; la guardò con aria sogghignante «Ma certamente.» si schiarò la voce «Nel mio studiolo ho già preparato alcuni fogli con le condizioni che mi avete suggerito in mattinata.» sorrise sornione e infilò la posata in bocca.
I lampioni a gas della zona erano stati accesi e dalla finestra della sala da pranzo, sotto uno d’essi, Mary intravide la figura di un giovane, dai vestiti consunti e rammendati, che guardava verso la casa in cui era ospite «Daniel?» le sfuggì dalle labbra; Solomon la guardò e corrugò la fronte, limitandosi a seguire con lo sguardo quello della giovane donna, che dopo due soli assaggi, lasciò il cucchiaino d’argento a fianco della coppetta «Vi prego di scusarmi, ma oggi è stata una giornata piena d’emozioni per me: vi posso chiedere di poter prendere una boccata d’aria?» Jacob Farlington la fissò, poi spostò gli occhi sul figlio e gli fece cenno con la mano «Oh, non disturbatevi: sarò qui davanti a godere della brezza. Sono certa che mi sarà di sollievo e mi ristorerà in fretta.»
«Andate pure, ma non allontanatevi» Jane Crownhill posò la mano sulla sua «Ma non allontanatevi troppo: chi può mai sapere che razza di gentaglia s’aggira di notte per le strade di Portsmouth?» tutti quanti risero.
Mary si avviò, preceduta dalla domestica, verso la porta d’ingresso dell’abitazione: la donna gliela aprì e lei, con un sorrisetto trattenuto a stento, uscì da casa Farlington.

continua…

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