I randagi #3

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Anne – 2:51 a.m.

Non riuscirò di certo a spostarlo troppo lontano, ma poco importa: il termosifone farà al caso mio.
E per fortuna ho scoperto la passione di mio padre per i giochetti erotici: credo che non si arrabbierà se prendo in prestito le sue manette.
Un sorriso mi si allarga sulle labbra: è davvero buffo come una situazione tanto incasinata si stia trasformando in qualcosa di così surreale. E io che volevo solo farmi una bella dormita…
Scuoto la testa e trovo la valigetta con tutto l’armamentario nell’ultimo cassetto del suo comò «Uhm: questo è nuovo!» un dildo nero di enormi dimensioni. C’è ancora il foglietto con le istruzioni, lì accanto. «Ma che cazz…» lasciamo perdere, è meglio.
Torno dal mio ospite e dopo qualche sforzo riesco a trascinare il corpo svenuto vicino al calorifero e gli ammanetto entrambi i polsi al radiatore.
Un po’ mi spiace per come è ridotto, ma se l’è cercata il bastardo. Gli sfilo quella specie di passamontagna, che ormai è intriso di sangue e resto a bocca aperta «Sean?» scruto quel suo volto da bello e dannato: capelli mori e gli occhi… gli sollevo una palpebra e vedo che sono scuri pure quelli, sì ricordavo bene; si è fatto crescere una barbetta di qualche giorno che gli dà un aspetto da finto trasandato; anche i capelli sono più corti e i lineamenti si sono fatti più decisi e spigolosi. Quanto ha? Sette-otto anni più di me? «E ha pure il coraggio di chiamarmi ragazzina, il coglione…» sbuffo.
Raccolgo il taser e lo appoggio su una mensola fuori dalla sua portata e poi vado in bagno, prendo un asciugamano che riempio con del ghiaccio e glielo piazzo sulla faccia: il naso è parecchio gonfio, ma almeno non sanguina più… e comunque fa più uomo vissuto ora. «Sarà parecchio incazzato quando si sveglierà.» sghignazzo.
Mi prendo una sedia dalla sala da pranzo e mi piazzo davanti a lui: lo osservo, ancora privo di sensi e vengo investita da una serie di ricordi di qualche estate fa.

Sean – 3:12 a.m.

Due distinte sensazioni si rincorrono nel mio cervello: la prima è un formicolio alla gamba destra, che sento muoversi per degli spasmi involontari; l’altra è un freddo anestetizzante alla faccia.
Apro gli occhi e non vedo praticamente nulla: ho il volto coperto da un asciugamano sporco di sangue. Ed è freddo! Dev’essere pieno di ghiaccio, suppongo. E mi scivola giù quando provo ad alzarmi, manovra che però non mi riesce, dato che ho i polsi legati al termosifone. No, non sono legati: sono ammanettati. Mi hanno già portato dentro?
Sollevo lo sguardo e la vedo lì davanti a me, a cavalcioni di una sedia con i gomiti sullo schienale. E mi fissa «Che significa?» a parlare mi fa male tutta la faccia «Come mai sono ancora qui?» agito le mani, ma riesco solo a provocarmi qualche escoriazione «Hai così tanta voglia da giocare con me?» se non fosse che presto verranno a prendermi per portarmi dentro, sarebbe persino eccitante la situazione.
«Non ho ancora deciso cosa farne di te, a essere sincera, caro il mio Sean… o forse dovrei chiamarti felino?» sogghigna e si stiracchia «Però una cosa la so: la tua faccia finisce sui social, se non collabori. Chissà se ti riconoscerebbe qualcuno, conciato così.» e col telefono in mano mi scatta una fotografia, accecandomi col flash «Il naso storto ti dona, sai? Credo che prima che te lo rompessi, tu fossi un po’ troppo perfettino.»
«Dimmi cosa vuoi e facciamola finita, ragazzina!» continuo a fissarle le gambe nude e quel musetto da donna ancora acerba, ma che fa già girare la testa a tanti. E poi, forse, tanto ragazzina non è «Sono i documenti di tuo padre che ti…»
«Oh, no: questi non mi interessano…» li sventola in aria «… però mi interessa sapere quanto ci avresti fatto: così, per curiosità.» li lascia cadere sopra la mia tracolla, che allontana dietro di sé col piedino scalzo.
La fisso negli occhi, verdi come smeraldi, ma poi sono assalito da una vertigine e devo appoggiarmi al calorifero dietro di me «Vuoi… Vuoi dei soldi per lasciarmi andare, dunque?» la guardo di sottecchi, con un mezzo sorrisetto «Ma poi, visto che mi hai fatto una foto, come faccio ad essere certo che non continuerai a ricattarmi?»
«Non lo puoi sapere, infatti.» si stringe nelle spalle e si alza «Su, non fare il difficile, Sean: sono sicura che hai comunque poco tempo per decidere, prima di che il tuo committente sparisca nel nulla e con lui i soldi.» si sporge ancor più verso di me e mette in mostra i denti, bianchi come l’avorio «Meglio portare a casa la metà, che niente, no? Oppure preferisci che ti faccia un’altra volta la bua?» mi si accosta e con le labbra preme contro il mio naso, strappandomi una smorfia di dolore.

continua…

39 commenti

      1. Ecco… ora sono più serena. Mi preoccupava molto il fatto di lavorare di fantasia… poi per quanto riguarda il seguito o i seguiti con la caccia alle streghe… ahimè… ci dobbiamo rassegnare…

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