About Smart Working

Ultimamente sento spesso parlare di virare sempre più verso lo smart working che a differenza di come verrebbe da tradurlo (lavoro intelligente) in italiano è reso come lavoro agile: inizialmente non capivo il motivo per questa scelta linguistica, ma ora la condivido pienamente.
Non metto in dubbio che ci sarebbe un notevole risparmio di tempo, di trasporti, di energia, di tutto quel che si vuole, ma io credo che sarebbe un’idea che potrebbe solo peggiorare la società, anche se sono certo, proprio per questo motivo, si andrà in quella direzione.
Io stesso, in passato, anni prima della situazione creatasi con il covid-19, pur di non andare in ufficio e farmi della strada per poi lavorare al portatile in modo autonomo, in uno spazio dedicato a noi agenti, stavo a casa e facevo da me, mandando mail o messaggi ai colleghi e ai responsabili nel caso sopraggiungesse la necessità di un confronto o un aiuto.

Bada bene: nonostante l’attivazione di uno smart working sia deleterio per la mia attività attuale, (come alcuni sanno, gestisco una piccola stazione di servizio – faccio il benzinaio, per farla breve) non sto dicendo che questo andrebbe contro i miei interessi, perché una parte di quel che non verrebbe impiegato per i tragitti casa-lavoro o casa-scuola verrebbe speso per altri tipi di viaggi, il che bilancerebbe le mie entrate. E comunque non tutte le attività si possono fare in smart working, quindi non influirebbe così pesantemente sulle mie (scarse) entrate.
No, parlo proprio del fatto che si finirebbe per divenire un agglomerato di individui e verrebbe ancor meno di ora quella che, invece, dovrebbe essere una vera e propria società. E lo dico per esperienza personale, di una persona che ha sempre preferito far da sé, in modo isolato e senza doversi sbattere a partecipare alla “vita di gruppo” se non per necessità.
È facendo così che si perdono di vista alcune delle opportunità che l’essere a contatto con altre persone ci riserva, specie se quelle altre persone non sono quelle che abbiamo scelto, ma quelle che capitano (colleghi, capi, dipendenti… gli altri) perché sono proprio i loro punti di vista, magari molto diversi dai nostri, che ci fanno crescere, maturare e/o confermare le nostre idee, i nostri principi.
Una telefonata, un messaggio, una mail… ma nemmeno una videochiamata sono in grado di sopperire al guardarsi negli occhi, nel cogliere la mimica, l’inflessione della voce e, nel caso sia richiesto, il contatto fisico.

So che sembra anacronistico, un’idea superata e tutto quel che vuoi, ma l’essere a contatto solo con chi si vuole e avere più tempo per sé e i propri cari non è una cosa solo ed esclusivamente buona: è proprio il rapporto diretto e fisico con chi non ci riguarda, con chi magari ci sta proprio sulle balle a farci crescere.
Come dico spesso, non è obbligatorio tutto di tutto, ma un giusto equilibrio tra le parti. E questo smart working, se non gestito con saggezza, sposterebbe di parecchio gli equilibri.
Ed è proprio leggendo i commenti all’articolo (virtual class di Vittorio) che mi ha portato a questa (fin troppo) ampia riflessione, penso che qualche risposta potrebbe essere uno smart “part-time” working, con incursioni in azienda settimanali in modo da non lasciare solo ed esclusivamente al singolo operatore da remoto la possibilità di ricreare una socialità alternativa a quella dei propri cari.

56 commenti

  1. Quello che hai esposto è una riflessione che ho fatto anch’io. Tutto quello che è la società attuale, ci spinge sempre più all’isolamento, esempio: perché uscire per una pizza? La ordino online e me la portano a casa già masticata. Perché andare al cinema? Ho la payTV, ci passo giornate a guardare serie tv e film. Perché fare la spesa, la coda… Me la portano a casa. Se andiamo avanti così, la gente più fragile non uscirà neanche più di casa. Ora lo smart working pare essere necessario, ma non deve diventare una prassi… Ci stiamo/ci stanno chiudendo sempre più in piccole gabbie di allevamento chiamate case. Ma per allevare cosa esattamente? Io un’idea ce l’avrei, ma sarebbe troppo offensiva, per cui, diciamo… Polli?
    Buona domenica.

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  2. Oltre alle tue giuste osservazioni, mi sembra che con il lavoro a casa, i lavoratori siano anche più sfruttati, gli orari meno rispettati, la pausa pranzo quasi cancellata. Mio cognato dice che lo chiamano per lavoro a qualunque ora, ben oltre il normale orario d’ufficio…

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    1. Ci sono entrambe le casistiche: chi è bravo e ci impiega meno tempo e ne ha più per sé, c’è chi non riesce a “staccare” perché, in pratica, è sempre al lavoro.
      Beh, se è un sistema adottato per agevolare alcuni determinati frangenti, è un conto, ma se è la prassi, allora non mi piace affatto l’idea.

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      1. Non sono certo io a diri come funaziona cosa, ma condivido la posizione che esprimi.

        Ho sempre pensato che le parole (pur essendo potentissime) servano solo a riempire gli spazi “vuoti”, visto com’è l’uomo affetto da horror vacui.

        Moltissimi ne fanno un uso incosciente e inconsapevole creando materialmente dei mostri affamati.

        Due occhi che si scrutano, mani che si toccano, braccia che si accolgono nel silenzio assoluto sono decisamente più loquaci di 1000 battute più spazi.

        Trovo che questa sostituzione del contatto fisico-visivo con quello visivo-virtuale, cui stiamo forzosamente assistendo inermi in questo acceleratissimo periodo, sia volto alla creazione deliberata di incomprensioni fra gli individui.

        Fine: solipsismo propedeutico al controllo.
        Più sei immerso nel tuo ego, nelle tue convinzioni (dunque meno predisposto all’empatia), più sei vulnerabile ai condizionamenti.

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  3. io non ho mai saputo cosa sia lavorare da casa, sono sempre andata a scuola tutte le mattine e devo dire che sento mia figlia e suo marito che per due mesi hanno fatto questo tipo di lavoro e che erano davvero sempre al telefono o sul PC in video conferenza, forse alcuni lavori si possono anche fare per alcune ore a casa,, ma per chi ha bisogno di lavorare in equipe è un inferno, perchè poi a volte la connessione è lenta ecc.. e poi sicuramente si perde la dimensione umana, si perde soprattutto la voglia di avere rapporti con gli altri!

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  4. Come diceva un mio carissimo ex collega io non me ne intendo. Personalmente son sempre andata in ufficio anche nei mesi iniziali di tutto sto casino.
    Per il resto, se si è poco sociali per inclinazione, cambia poco.

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      1. I cambiamenti sono inevitabili. Però come popolo dovremmo sostenere quelli che auspicano una crescita, un’evoluzione. Invece sta accadendo il contrario.

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  5. C’è chi spinge da anni verso il “telelavoro”. Domenico De Masi ha basato gli ultimi anni della sua carriera di sociologo (ultimi cronologicamente; è ancora in vita e credo sia stato in ogni studio televisivo italiano). Sono anni che spinge in questa direzione.
    A me vengono le bolle se penso di dover lavorare da casa. Io a casa ci sto 24 ore al giorno perchè un lavoro non ce l’ho e ho bisogno di un lavoro che mi porti fuori dal contensto domestico. Certo, con l’emergenza covid bisogna adeguarsi (se capita) ma uno scenario di “smart working come prassi” (come diceva chi mi ha preceduto) può portare solo a una progressiva alienazione, a un progressivo sfruttamento silente dei lavoratori e a un inevitabile deterioramento dei rapporti familiari.
    Ovviamente, è un’opinione personale.

    Buona giornata. 😊

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  6. Probabilmente (e non sono la sola che lo dice), la soluzione sta nel mezzo.
    Però hai ragione, lo smart working aumenta le differenze, distanzia le persone (e cn alcune, ti dirò, non è un male). Semplice e conveniente è rimanere a casa, se hai una casa comodo, dotata di connessione, magari in un bel posto. Un po’ più disagevole se lo stipendio è al di sotto della decenza, abiti in una catapecchia, in una zona losca di na città che odi.

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      1. Sì, se sei nella condizione peggiore sì. Io sono un ottimista e pensavo all’altra! 😛

        Comunque, certe condizioni ti fan venir voglia di andare in ufficio, pur di non stare in un posto come quello che hai descritto! 😅

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    1. Per la scuola, se introducessero lo smart working in modo definitivo, sarebbe la boiata più grande della storia. Per fortuna non credo sia prevista, visto che i più piccoli, almeno, li fanno andare nelle classi anche ora, nonostante l’emergenza (si potrebbe anche discutere, però almeno mi solleva, sapere che l’idea è sensata)

      Sul resto, qualora si potesse, non vorrei mai si inventassero che c’è un profitto a usare quel sistema, perché in tal caso, ne sono certo, sarebbero in tanti a non cogliere quel che perdono, rispetto a ciò che “risparmierebbero” (e bada bene, non ho usato la parola “guadagnerebbero” per indicare ciò che si risparmerebbe). 🙂

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      1. Si perderebbero molte occasioni di scambio: a volte un’occhiata, un sorriso, una pacca sulla spalla trasmettono davvero tanto.
        Devo dire che io non esco più se non per gravi motivi, anche perché la mia età mi mette tra le persone più fragili, ma il contatto, anche fisico, mi manca molto
        Per fortuna qui su WordPress siete in tanti, voi amici virtuali, a farmi compagnia.

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  7. Cavoli che argomento che mi tocca in pieno ! Io sono per indole incline allo smart working che pratico 3 gg su 5. Devo dire che ne sono felice perchè mi sento più libera e più vicina alla mia indole caratteriale però il tuo post mi ha fatto riflettere… quanta adrenalina nell’arrabbiarmi con le colleghe, ed i pettegolezzi della pausa caffè, e il commento sul vestitino nuovo della manager di turno? Insomma alla lunga forse anche queste cose mi mancherebbero perchè mi fanno sentire viva. Chiusa in casa è tutto relativo e quindi voto per la via di mezzo che crea il giusto equilibrio

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    1. Sì, infatti: non sto dicendo che lo smart working non va bene; dico che è meglio non estremizzarlo.

      Gli esempi che hai fatto tu esprimono in maniera ottimane quello che intendo: se tu facessi 5 giorni su 5 in casa, alla lunga, perderesti il contatto che ti fa sentire viva, come hai detto sopra. 🙂

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  8. Si vado a giorni infatti… probabilmente andando in ufficio sarei anche meno altalenante d’umore dato che è d’obbligo mostrarsi sempre al Top. Stando a casa nessuno invece mi vede, e posso lasciarmi andare ai miei malumori, che sfogo solo sui miei blog 😜

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    1. Alcune categorie ne avrebbero dei vantaggi molto vistosi da questo tipo di lavoro, sempre che questo non sia proprio a vantaggio delle aziende, che potrebbero “imporlo” per non dover adeguare impianti e ambienti ai disabili.
      Detto ciò, il rischio resta comunque lo stesso: una persona che magari ha già difficoltà/disabilità, potendo/dovendo lavorare da remoto, non sarebbe ulteriormente isolata?

      Servirebbe senz’altro una certa lungimiranza ed equilibrio nella gestione di queste scelte.

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      1. Beh imporlo, se mi è concesso un parere credo che stare a casa e lavorare da li sia sempre meglio che alzarsi due ore prima per arrivare al posto di lavoro, sorbirsi il traffico e quant’altro. A me lo smartworking mi sembra una cosa più comoda che altro. Ovviamente deve avere un orario preciso perchè smart working non vuol dire 24 ore su 24. Se poi un’azienda prospera perchè ha meno incombenze meglio perchè c’è più lavoro no? E’ vero che comunque nell’ambiente di lavoro si stringono amicizie anche se non dovrebbe essere quello lo scopo credo. Virtualmente, mettendo da parte i recenti impedimenti, se un disabile si può muovere per andare a lavorare, può muoversi anche per andare nei luoghi di aggregazione. Ho avuto l’impressione che abbiamo due visioni diametralmente opposte ma comunque rispetto la tua opinione.

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      2. Io credo che ogni scelta abbia dei pro e dei contro: dipende da ogni singola persona capire se sono più influenti i pro o i contro della strada intrapresa.
        Comunque nessun problema se non la vediamo nello stesso modo: ognuno parte da una propria esperienza e attraverso quella filtra le proprie scelte.

        Grazie, però, per la tua visione: di sicuro è una prospettiva in più da prendere in considerazione. 🙂

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