Massaggi d’amore*

Lei era Lì, faceva la cinese da quando era bambina. In realtà il suo vero nome era Rì, ma essendo affetta da una grave forma di rotacismo, non era mai stata in grado di rispondere alla domanda “come ti chiami”. A voler essere pignoli, a quella domanda rispondeva benissimo, ma andava in difficoltà quando le chiedevano qual era il suo nome, ma non divaghiamo.
In quanto faceva la cinese ed era immigrata in Italia, lavorava come massaggiatrice in un centro massaggi poiché nei calzifici c’era crisi quel giorno in cui aveva presentato domanda.
Ora, al tempo della pandemia, il suo luogo di lavoro aveva chiuso i battenti… o le battenti, secondo alcune pronunce, ma Lì si arrangiava a tenere duro con certi lavoretti sottobanco; anche prima si arrangiava a tener duro, ma li chiamava in altra maniera, visto che avevano un finale felice.

Lui era Marco, ha fatto il cinese per qualche anno, ma poi si è stancato e ha messo su un food truck; tutti quelli che andavano a mangiarsi un panino da lui, però, dicevano che andavano dal cinese, con sommo sconforto di Marco, che pensava di aver chiuso con questa storia.

Marco e Lì erano innamorati: in realtà Marco amava Lì, ma Lì amava Marco… e Luca… e Carlo… e anche Stefano. Sì, per Stefano provava un grande affetto, per via delle mance che le lasciava, o almeno così lei credeva.
Stefano, infatti, quando usciva dopo il massaggio con il finale felice, lasciava i soldi sul lettino e diceva tutto sorridente “Eccoli lì”, ma Lì, ingenua e infatuata, capiva sempre “Eccoli, Lì”.
Ma torniamo a Marco, innamorato di Lì da quando le sue mani lo avevano sfiorato, dapprima qui, poi là e infine proprio lì, ed era proprio Lì.
Ora i due non si vedevano più da settimane, perché per paura del governo cinese, avevano imparato che durante la pandemia si sta a casa e mentre lui contava i soldi fatti nei tempi d’oro, lei se ne stava lì a casa sua con i suoi fratelli, Luca e Carlo, che erano ricchi di famiglia, perché erano maschi e avrebbero ereditato il calzificio in cui Lì non era stata assunta perché quel giorno c’era crisi.
I giorni passavano e l’amore di Marco cresceva, almeno di pari passo col dolore da tunnel carpale di Lì.

Ma il governo, quello italiano, non quello cinese, alla fine decretò la Fase 2 e Lì, che aveva finito i guanti in lattice per dare una mano ai fratelli Luca e Carlo, aveva voglia di cambiare aria, visto che per paura del virus non avevano neanche aperto le finestre di casa.
Marco e Lì si incontrarono al supermercato e lui non ci pensò su due volte “Lì, mi vuoi sposare?” inginocchiato nella corsia prodotti per la casa, con in mano l’anello trovato nell’uovo di Pasqua, che portava sempre con sé.
“Io no amale Malco” rispose lei, ma poi aggiunse, con un sorriso sornione “ma fale amole lungo lungo” tossì un paio di volte “Io fale tutto tu vuoi”.
“Tutto tutto?” lei annuì e lui sorrise estasiato.

Si sposarono alla cassa 3, con guanti, mascherina e stando a un metro e mezzo di distanza; la gente in coda per entrare applaudì.
Compilarono l’autocertificazione e lei, dopo aver portato a casa la spesa e salutato con un gesto collaudato della mano i suoi fratelli, si trasferì da Marco, nel suo food truck.

Una notte lei si svegliò di soprassalto e lo trovò che faceva ordine tra le sue carte; c’era anche il suo passaporto e lei lo guardò: Marco aveva cittadinanza italiana e americana.
Marco morì quella notte, sgozzato come un maiale.
Lì faceva la cinese, ma era una Viet Cong.

scena dal film Full Metal Jacket

* Questo è stato il mio primo racconto non-fantasy da quando aprii il blog: era il primo maggio di quest’anno e dietro a questa idea c’era stato un risveglio notturno e qualche commento a un articolo della socia, animalessa notturna per antonomasia.

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