Incursioni lessicali

Recentemente mi è capitato di leggere e di commentare articoli in cui si faceva riferimento alle influenze delle lingue straniere sull’italiano e, nello specifico, a quelle dell’inglese.
Come avrai capito, a me piace l’italiano e lo uso nella maniera migliore possibile (limitatamente alle mie conoscenze e capacità, s’intende) e non è certo la mia voce che può far spostare gli equilibri in una diatriba così importante e in cui intervengo per esprimere un personalissimo pensiero.
Partiamo dal primo punto, che considero il fondamento del ragionamento: le lingue sono organismi viventi, che evolvono e mutano col passare del tempo, delle necessità e delle persone stesse che le parlano.
Detto ciò, proseguiamo con un altro aspetto, vale a dire che c’è una sostanziale distinzione tra la lingua parlata e quella scritta e tra la lingua scritta in, chiamiamola, letteratura e quella del giornalismo che poi, credo, coincida con buona parte dei blog e dei social: nella lingua scritta in forma letteraria, sono convinto che le intrusioni straniere debbano  essere limitate allo stretto necessario (certo, se vedessi scritto, in un racconto/romanzo dei nostri giorni computatore invece di computer, mi verrebbe da ridere, ma nemmeno calcolatore mi farebbe fare i salti di gioia), ma per quel che riguarda le altre lingue, soprattutto nella quotidianità e in ambito lavorativo, sono molto più flessibile.
Ultimo, ma non per importanza, le lingue costruite a tavolino non hanno mai portato a risultati concreti (non conosco nessuno che parli correntemente l’esperanto) e quindi voler invertire un processo che non dipende da un singolo, da un gruppo e nemmeno da un intero popolo (anzi, forse più d’uno), è quanto meno utopistico e una gran perdita di tempo, così come immaginare di interrompere l’aumento dell’entropia dell’universo. Certo, si può rallentare il processo, ma la fine è ineluttabile, a mio modo di vedere (per l’entropia dell’universo, intendo).

Se c’è una cosa che può essere più consona dell’inglese nella lingua parlata, quella credo che sia il dialetto, perché ha come base l’immediatezza, la flessibilità necessaria per aderire al contesto e la possibilità di variare nel tempo. Però presenta due grossi limiti: per prima cosa è stato demonizzato per molto tempo e quindi non viene quasi più parlato e, di conseguenza, capito; in secondo luogo è di difficile comprensione tra persone di provenienza geografica diversa, perché già da comune a comune ci sono alcune variazioni sui termini e sulle pronunce, figuriamoci cosa voglia dire comprendere coloro che stanno dai capi opposti dello stivale. Ostico, con ogni probabilità, è un termine riduttivo.

Credo che ci siano poche cose, come l’esempio, per rendere chiaro il concetto che voglio esprimere.
Avrai di certo sentito parlare di location: sì, è una delle più usate e forse abusate, però, pensaci bene, non è il compito della lingua usare una singola parola per esprimere un intero concetto? Se io parlo di location, non intendo solo un luogo, ma uno specifico luogo che sottostà a determinate caratteristiche “tecniche” o “ambientali” affinché l’evento abbia il suo riscontro. Se devo fare una proposta alternativa in italiano, mi viene in mente cornice, ma avendo una connotazione più vasta, non ha la stessa immediatezza… non sempre. L’alternativa è usare una perifrasi.
Black Friday: sì, il fatidico “venerdì nero” (manca poco – al tempo in cui scrissi l’articolo, ndr), ma se io parlassi in questi termini, chi mai capirebbe a cosa mi riferisco? Probabilmente nessuno. È una terminologia fondamentale? No, però se lo si nomina tutti capiscono cosa si intende.
Stay easy (o semplicemente easy) è un’espressione che sostituisce un giro di parole, perché dire tranquillizzati o stai calmo non rende affatto l’idea insita nel concetto dell’espressione inglese. Mi viene in mente, invece, un equivalente nel mio dialetto, che rende bene l’idea: “töla sö dulsa”, letteralmente prendila su dolce (spesso riferito a una salita, metafoda della vita), come a dire che, un percorso, va affrontato con una certa dose di costanza, ma senza eccessivi scatti per non piantarsi prima dell’arrivo. Spesso riferito alle salite (della vita).
Standing ovation: si può sostituire con un semplice ovazione? Sì, si potrebbe, ma a mio modesto parere, si va a perdere quel senso di movimento che esprime la locuzione inglese, in cui io riesco a percepire visivamente un’intera platea di gente che si leva e applaude, fischia in maniera convinta per manifestare l’apprezzamento (per qualsiasi sia il motivo).
Lockdown che alcuni sostituiscono con serrata: ma quando mai? Serrata a me fa venire in mente uno sciopero generale (e nel giornalismo, infatti, si usava spesso come sinonimo) e in questa parola e concetto di chiusura volontaria per protestare c’è ben poco. Come si fa a sostituire un termine così conciso ed efficace con una frase del tipo chiusura coercitiva a scopo precauzionale? Non ha senso e non ha comunque la stessa efficacia.
Smart working: certo, lavoro agile, lavoro da casa (no, lavoro domiciliare, no: sembra più qualcosa di restrittivo, come se si fosse in arresto), telelavoro possono essere dei sostituti, ma non hanno lo stesso impatto che ha il corrispettivo inglese, con la sua ampiezza di significato che, in italiano, non rende affatto.
Zapping: si accettano proposte, perché a me non viene in mente nulla.
Homepage: chi si azzarderebbe a usare qualcosa di diverso, a parte Home? Pagina iniziale? È debole come alternativa. Lascia un senso di vaghezza che non mi convince.
Ce ne sarebbero altre che considero insostituibili, ma non voglio tediarti e non ti preoccupare più del dovuto continuerò a usare anche l’italiano… sempre che l’ortografia e la grammatica mi sostengano!

Chioso così: sono convinto che una parte della terminologia importata si possa anche sostituire in un modo o nell’altro, ma sono altrettanto persuaso che anche le parole anglofone, una volta entrate nel nostro vocabolario e nel nostro parlato, assumono connotazioni e significati che nella lingua di provenienza non avevano, il che, in fondo, ne fa un’acquisizione e personalizzazione a tutti gli effetti.
Come ho già detto, questa è solo una mia personale considerazione, passibile di falle e di interpretazioni scorrette, però mi chiedo: perché il latino sì, i dialettismi sì, i francesismi pure… e la parte lessicale derivante dall’idioma anglofono no? Perché nessuno si lamenta mai del francese (abat jour, per dirne una), solo perché ha un suono più dolce? Se così fosse il tedesco andrebbe abolito.

Pensaci su…

131 commenti

  1. Allora, tocchi un argomento che io adoro proprio nelle viscere più profonde del mio essere!🥰🥰🥰 Innanzitutto, complimenti per la scelta del contenuto perché è coraggiosa e audace.

    Non è una trattazione semplice nemmeno sui blog oggi come oggi.

    Seconda cosa, condivido con te dell’incipit il discorso che la lingua sia un 《organismo vivente.

    Infatti, prima obiezione, per esempio, la parola computatore, tu dici “oggi non è update e risulterebbe anacronistica”.

    In realtà, la lingua non solo cambia da epoca epoca, da zona a zona e da contesto a contesto, ma cambia anche da persona a persona.

    Cioè, se tu hai uno che è fatto in una certa maniera, tipo vintage, e lo senti pronunciare la parola “computatore” direi che il suo linguaggio è consono al suo essere.

    Al contrario, potresti trovare una persona ultra tecnologica, ultramoderna, avveniristica che usa la parola “computatore” con una accezione metafprica o oppositiva.
    Le parole sono addirittura personalizzabili se vogliamo.

    Nel senso che il parlante può crearsi un linguaggio tutto suo, personalizzato
    E assolutamente coerente.

    Per quanto riguarda, poi il discorso del dell’appropriatezza delle parole rispetto al loro significato, ti lascio in allegato un brano che appartiene ad una raccolta intitolato “Gnosi delle fanfole” di Fosco Maraini, Dove appunto si manifesta quella che viene definita la metasemantica. Altro non ti dico, guardati il video e controllati Che cos’è la metasemantica.

    PS
    Se non ricordo male anche Dario Fo aveva realizzato qualcosa di simile per il teatro probabilmente “Mistero buffo” (grammelot).

    Piace a 1 persona

    1. Innanzitutto grazie per il tuo contributo. Che cosa sia la metasemantica l’ho intuito dal quel poco di greco applicato all’etimologia che ho appreso negli anni.
      L’esempio che hai portato, tuttavia, vuoi per leggerezza mia nel non averlo specificato, vuoi perché non ci faccio riferimento in quanto consiedero un ambito “extra-letterario” la lingua che si usa nella poetica e il mio discorso è riferito al parlato, al giornalismo/social-mediatismo/narrativismo (con tutte le declinazioni del caso).

      Ecco, che ci siano disarmonie semantiche tra periodi differenti e geografie distanti è una considerazione che non può prescindere dal ragionamento, chiaro. E anche il background (altra parola significante e significativa che tradotto con entroterra culturale è limitante) del soggetto parlante/scrivente è fondamentale per l’utilizzo delle parole.

      Siamo però fuori tema (anche se è un bellissimo tema) rispetto all’intento dell’articolo in sé, che faceva riferimento all’anglofonismo nella lingua italiana odierna (in realtà credo che non sia così “nuovo”, anzi…) e che in taluni casi, a mio personalissimo modo di vedere, arricchisce anziché impoverire.

      😉

      Piace a 1 persona

      1. Non è propriamente un Out of topic (Ecco un altro inglesismo) ma è un para contributo (per non dire paraculo) per specificare che la contaminazione è fondamentale e fa parte del vivente; fa parte di tutta la dinamica di ciò che appunto convive sotto il sole.

        I purismi sono in comminabili fino a che restano in determinati ambiti, quando sforano ambiti che non gli competono?che non siano accademici, diventano nazismi grammaticali e, perciò, assolutamente deprecabili.

        Il senso del mio contributo era proprio questo di farti notare (apprendo che la vediamo alla stessa maniera a riguardo!) come la lingua in realtà non abbia nessuna necessità di stare dentro delle gabbie concettuali: le parole sono uccelli che volano di fiore in fiore.

        L’importante è capirle e usarle con cognizione di causa.

        Poi, vedere come Esse si trasformino l’una dall’altra, così come il bruco in farfalla, è per me motivo di grande godimento estetico.❤❤❤

        Piace a 1 persona

      2. OT e IT (tra l’altro sigla che identifica l’Italia nel web: coincidenze? Io non credo) è un altro bel modo per sintetizzare un concetto.

        Comunque ho capito cosa vuoi dire e tra para, meta, extra, sub, super, abbiamo fatto un bel miscuglio idiomatico.

        Deto ciò, mi ha incuriosito quell’uccello in gabbia che, liberato, vola di fiore in fiore (colibrì) e che a fine commento, si traforma in farfalla prima di esser passato dallo status di bruco: una metafora metamorfica mica (dialettismo) da ridere! 😉

        "Mi piace"

  2. Nessuno si lamenta del francese perché il francese non ha colonizzato l’italiano – quante parole francesi d’uso comune nel nostro linguaggio conosci, oltre a abat-jour? Un tempo il francese era la lingua della cultura e della diplomazia, in tutte le corti europee si parlava francese, anche in Russia. Passato ormai remoto.
    Oggi prevale l’inglese, per un mucchio di motivi, noti e meno noti. Sta appunto colonizzando l’italiano, e la ragione è molto semplice: l’Italia è periferia, politicamente e culturalmente siamo irrisori. Facciamocene una ragione.

    Piace a 2 people

    1. Beh, ce ne sono altre che non sono traducibili e che comunque hanno una loro eleganza nel contesto in cui sono usate: oltre alla già citata “lampada da comodino” (che ovviamente mi fa ribrezzo), mi vengono in mente
      Déjà vu che credo sia intraducibile;
      Touché efficacissima;
      Chapeau un ottimo sostituto di standig ovation, con connotati più “galateiani”
      Flambé… sì alla fine si finisce sempre sulla culinaria! 😛

      Sul fatto che siamo periferici, è vero, ma ricordati che sono solitamente dalle periferie che si innestano le rivoluzioni 😉

      Piace a 1 persona

      1. Innestano o innescano?
        Le rivoluzioni scoppiano dove c’è malcontento e voglia di cambiare le cose. In Italia non se n’è mai fatta una perché i… malcontenti si sono sempre accontentati di ciò che di volta in volta è stato loro elargito dai potenti di turno in cambio di sottomissione.
        E anche questa volta, nessuna rivoluzione: proprio la facilità disarmante con cui ci lasciamo colonizzare linguisticamente non dà adito a speranze in questo senso.

        Piace a 1 persona

      2. “Innestano o innescano?” entrambe, volendo.
        Le rivoluzioni vengono innescate da qualcuno, solitamente dotato di abile retorica, che le innesta dove c’è maggior bisogno di udire parole “sovversive” e quindi avviene l’innesto, che poi cresce e dà frutto.
        La storia dice che in Italia la rivoluzione non c’è mai stata (in realtà sono relativamente pochi i posti in cui c’è stata una rivoluzione), ma questo non significa che il futuro possa essere differente (non ho la sfera di cristallo per poterlo dire).

        Sul fatto che ci facciamo influenzare, mi vien da ridere, perché è facile vedere dove noi “subiamo” le conseguenze, ma è più ostico riconoscere dove abbiamo il primato: proprio tu, che della musica sei una bandiera (non una flag, eh), non vedi che i termini che ne scandiscono i tempi sono rimasti sempre quelli? E poi, vogliamo parlare della cucina? Ce ne sono molte di parole italiane entrate negli idiomi stranieri, ma che non ci fanno stranire, poiché il percorso inverso lo diamo quasi per scontato.
        Siamo dunque colonizzatori? Può essere. Do ut des: se non c’è scambio, prima o poi qualcuno si incazza… e magari si rivolta contro chi lo sfrutta. 😉

        Piace a 2 people

      3. Sì, ma non puoi prendere la peculiarità della terminologia musicale e farne un caso di colonizzazione linguistica: riguarda un settore specialistico molto limitato. Certo molto più limitato di quello della gastronomia, dove da sempre – ovviamente – prevale il francese.
        Per quanto riguarda l’inglese, invece, abbiamo una penetrazione sistematica in ogni tipo di attività. Perché diavolo devo accettare che il mio capufficio parli di human resources? Siamo sicuri che “risorse umane” non esprima lo stesso concetto?
        Ecco, l’uso dell’inglese nel linguaggio aziendale è giunto a estremi che non so definire in altro modo che demenziale. E dimostra quello che dico da sempre, e cioè che accogliere acriticamente la terminologia inglese nell’italiano parlato è sintomo di una sconsolante pigrizia mentale.

        Piace a 4 people

      4. Su questo ti do ragione e infatti risorse umane è la mera traduzione di human resources, che strerilizza e anestetizza i connotati di intimità che avrebbe il più celere “personale” per definire l’insieme di lavoratori dell’azienda.
        Una risorsa è qualcosa da sfrutare, una persona (del personale), se la sfrutti, sei uno stronzo schiavista (franscesimo, si capisce lo stesso? 😜)
        Ci sono parole e parole. Ambiti e ambiti. Ma non dimenticare che non sono mai casuali o per pigrizia, in certi casi, ma proprio per celare un concetto che altrimenti sarebbe mal digerito perché esprime una considerazione verso gli altri rasente allo zero!

        Piace a 1 persona

      5. Valutazione approssimativa fondata su osservazioni personali condotte a partire dal 1983, quando due “specialisti” inviati in Redazione da un’azienda top nel settore marketing and communication mi chiesero “Allora si può dire che il DEUMM è, nel suo specifico settore, il plaz?” e i miei colleghi e io impiegammo diversi minuti per capire che “plaz” era la parola latina plus pronunciata all’inglese 😀

        Piace a 2 people

    1. Vedi cosa intendo?
      Non è più inglese, ma è un’adattamento: a parte che esiste anche in topic of proprio per dire in tema di, ma è una variazione del classico “pulsantesco” ON/OFF che in Italia è più conciso di Acceso/Spento. E’ un adattamento, non è mera colonozzazione, ma ingestione, masticazione e assimilazione di qualcosa di “esterofilo”, che però viene italianizzato.
      E’ anglosassicamente errato? Sì, forse, ma non parliamo in inglese, non qui. Noi mutuiamo termini inglesi per farne un uso del tutto indipendente dalle regole grammaticali d’oltremanica.

      E poi, scusa, se ci fosse OT (Off Topic) e OT (On Topic) come si farebbe a distinguere? Non difettiamo in scaltrezza, noi popoli periferici: quello ci resta, no? 😉

      Piace a 3 people

      1. Pigrizia mentale, come ho appena scritto sopra. Non mi convincerai mai che scrivere per esteso off topic e on topic ti fa sprecare un mucchio di tempo. Solo pigrizia mentale.
        Oltretutto, l’inglese di oggi è una lingua bastarda e impoverita, altro che ricca. Farci colonizzare da una lingua così brutta è particolarmente deprimente, per me.
        (Dici che non è povera? Sì, è vero che il lessico è vario e articolato, ma per me una lingua che usa un unico verbo, to get, per definire la metà delle azioni più comuni è povera, punto e basta.)

        Piace a 3 people

      2. Non ho mai detto che è ricco l’inglese.
        Si parla inglese perché è molto diffuso (come base – colonialismo, anche), ma ha anche regole grammaticali molto più semplici e forse un lessico ristretto aiuta anche la memorizzazione delle parole.
        Inoltre, to get, come molti altri verbi, sono ausiliati da preposizioni varie per definirne l’uso. Se ci badi, è la stessa cosa che capita con tanti verbi italiani, che hanno prefisso a specificizzarne l’utilizzo o la “declinazione”.

        Quello che voglio fare, non è convincerti, ma farti capire che si rischia l’estremizzazione e la demonizzazione di queste “parole straniere” 😉

        "Mi piace"

      3. Non devi né convincermi né farmi comprendere niente che non sappia già. Dimentichi che sono stato redattore in una casa editrice specializzata in dizionari e enciclopedie. Ho conosciuto Tullio De Mauro quando preparava la pubblicazione del Grande dizionario italiano dell’uso (ho anche dato un piccolo contributo, diciamo qualche consulenza e poco più, per quanto riguardava le voci di argomento musicale). Ebbene, all’epoca De Mauro pensava più o meno come te, minimizzava, non vedeva rischi per la nostra cultura. Un paio d’anni prima di morire aveva cambiato completamente idea.

        Piace a 3 people

      4. Mi lusinga il fatto che mi associ le mie idee a quelle di De Mauro, ma non mi pare di aver mai detto da nessuna parte di aver fiducia assoluta in lui, sia che fosse prima, sia che fosse dopo aver cambiato idea.
        Io ho fiducia nel MIO pensiero, non perché mi è imposto, ma perché è frutto della mia esperienza e quindi so che è diverso dalla tua, da quella di altri che hanno commentato e che commenteranno: chi può dire chi ha ragione: nemmeno De Mauro in punto di morte lo può fare, a mio avviso. Perché non è dall’interno che si vedono bene le cose (macrosistemi come una lingua, soprattutto), ma da lontano, nello spazio e nel tempo.

        E se avrò avuto ragione o torto:
        1) poco me ne cala (giovanilismo)
        2) non avrà la benché minima influenza sulla mia vita, pubblica o privata che sia.

        😉

        Peace & Love… and Fanasy, quello sempre! 😛

        Piace a 1 persona

      5. La competenza ha valore, l’esperienza pure. Ma solo se abbinata alla competenza.
        Ora c’è da chiedersi: De Mauro era competente e aveva esperenza e, verso la fine dei suoi giorni, sragionava, oppure le ha acquisite solo alla fine? 😜
        Si scherza, eh…

        Comunque non conosco il saggio. Sono allergico alla lettura dei saggi: troppo poco… narrativi! 😉

        Piace a 1 persona

      6. Per quanto mi riguarda, invece, ho sempre alternato narrativa e saggistica, forse con una leggera prevalenza di quest’ultima.
        Intendiamoci, io non sono e non voglio essere un purista. I linguisti spesso mi fanno pena, combattono battaglie di retroguardia e il loro lavoro finisce per avere un senso solo dal punto di vista statistico.
        Non sono un ex sessantottino e non rifiuto aprioristicamente la cultura americana, anzi.
        (Solo ieri ho speso un bel po’ di parole in favore di Mark Twain sul blog di Centoquarantadue, e tutti sanno che Edgar Poe, Charles Ives e Stanley Kubrick per me sono fondamentali.)
        Sono però costretto a arrendermi all’evidenza: la cultura italiana è stata irrimediabilmente colonizzata. I colonizzatori sono gli Stati Uniti, com’è evidente. Anche Roma a suo tempo ha colonizzato il mondo allora conosciuto, e l’ha fatto con la sua superiorità militare e culturale. Gli Usa invece colonizzano con la superiorità del dollaro e la stupidità dei colonizzati.
        Opinione personale, eh? 😉

        Piace a 1 persona

  3. Sono dell’idea che se una lingua debba cambiare, finirà per farlo, ma l’adozione di parole superflue in inglese ha raggiunto livelli esagerati, da complesso di inferiorità.
    Per esempio, se computer e mouse li ho conosciuti in inglese, devo dire anche che mi rifiuterò sempre di dire una roba come politically correct – politicamente corretto è più facile da dire ed esprime lo stesso, orribile concetto in modo efficace.

    Smart working è un’espressione del cavolo (quella forma di lavoro ha ben poco di smart, se usata per schiavizzare il lavoratore oltre i suoi orari, alla faccia di chi teme che uno passi il tempo a cincischiare) mentre telelavoro è perfetta per indicare chi lavora a una certa distanza dall’azienda.

    Per quanto riguarda lo smartphone, continuerò a chiamarlo furbofono perché mi fa ridere 😛

    Alla fine, mi sa che è in larga misura un problema di sensibilità personale (e lì, ok) ma a volte anche di pigrizia, provincialismo o complesso di inferiorità che sono sintomi di un ammosciamento della cultura italiana.
    Siamo una colonia culturale degli Stati uniti, non c’è molto da dire: da lì vengono molte delle cose che percepiamo come fighe e che spesso non riusciamo a fare da noi, complice un’educazione scolastica paludata in formalismi vuoti (se ripenso ai “capolavori” pallosi e diseducativi che ho dovuto leggere alle superiori…) e in sostanza stiamo assimilando a casaccio anche la loro lingua, anziché studiarla come si deve (e magari studiarne anche un altro paio) 😛

    Piace a 4 people

    1. Vorrei sottolineare di nuovo che non ho mai detto da nessuna parte che bisogna inglobare tutto a prescindere. Poi ci sono parole che ad alcuni piacciaono e ad altri meno, ma è, appunto, questione di sensibilità e di accezione particolare che uno infonde nei termini citati.

      Su furbofono, è vero: molto buffa, ecco perché non attecchirà mai. Anche perché, si sa, in Italia “furbo” non ha una valenza esattamente lusinghiera. 😉

      Comunque siamo una colonia in generale, ma il fatto di premere su questo tasto mi fa riflettere: se non sei colonia, sei colonizzatore e quindi, quel che subisci, lo starai facendo. Non esiste l’indipendenzata culturale, men che meno in un mondo globalizzato, perciò non vedo il problema di accettare per quel che si è (in generale) dando il proprio contributo per quel che si può (nello specifico).

      Sempre personalissima opinione. 😉

      Piace a 1 persona

      1. Ma infatti per me il problema non è l’adozione, quanto la mancanza di equilibrio. Molte parole dell’inglese che vengono adottate in italiano sono superflue o hanno suoni orrendi per chi è abituato alla nostra lingua.
        Sembra quasi che vengano usate per darsi un tono e fare i fighi, più che per effettiva necessità di quelle parole.

        Riguardo alla valenza negativa di furbo in italiano, c’è anche chi si vanta della sua furbizia, ahimè 😛

        Piace a 3 people

      2. Sì, è vero. Ovviamente darsi un tono, senza qualcosa che ti sorregga da dentro (e non da dietro) prima o poi porta alla scoperta del fantoccismo (ben diverso dal fantozzismo).

        Comunque, hai ragione: c’è chi se ne vanta… e poi se ne vedono i risultati 🙂

        Piace a 1 persona

  4. Condivido pienamente tutto ciò che hai scritto. Credo che alcune parole di lingua straniera correntemente utilizzate in italiano siano intraducibili: è come se la traduzione ne cambiasse il significato o non lo riportasse pienamente.
    Il linguaggio deve variare a seconda delle circostanze (scritto e parlato, letteratura e blog, italiano e dialetto) e non c’è nulla da demonizzare: è una fortuna che abbiamo così tante varianti per esprimerci!
    La lingua (tutta) parlata in Italia è meravigliosa.

    Piace a 2 people

    1. Sì, ma (chiedo scusa se mi ripeto) una cultura forte prende, assimila, modifica secondo i casi e le necessità. Che le lingue si evolvano è ovvio e naturale; che vengano colonizzate da altre lo è un po’ meno, e credo che sia sintomo di una debolezza ormai irrimediabile, di pigrizia mentale e di povertà d’idee.

      "Mi piace"

      1. Per me no, secondo me – umile opinione di un ex redattore Utet – i neologismi sono una cosa, l’adozione acritica di termini e espressioni inglesi è tutt’altro. È la (presunta) inferiorità della nostra cultura rispetto a quella angloamericana. È l’analfabetismo di ritorno che obnubila il ricordo di quanto la scuola ha (invano) cercato di insegnare. È la povertà di idee nuove e valide.
        Dico tutto questo, nota bene, mentre per effetto della pandemia mi ritrovo segregato in una casa di montagna in compagnia del mio secondogenito, il quale sta ultimando proprio in queste ore la sua tesi di dottorato in scienze della Terra, tesi che naturalmente ha redatto in inglese non potendo fare altrimenti. E la sua insofferenza per questo obbligo traspare da una miriade di trucchi linguistici che sforna a ripetizione, dicendo per esempio che entro domani dovrà sottomettere l’elaborato all’Università di Padova (sottomettere è la traduzione errata dell’inglese submit, inviare) oppure che nella tesi medesima ha dovuto incorporare il papero da lui pubblicato su “Science Communications” lo scorso aprile (e “papero” è ovviamente la falsa traduzione italiana dell’inglese paper nell’accezione di documento).
        Il nostro modo allegro di contestare l’inevitabile supremazia dell’inglese, oggi 🙂

        Piace a 1 persona

      2. Non sono certamente un’esperta come Te. Ma personalmente utilizzo correntemente espressioni inglesi intraducibili, a mio modesto – davvero modesto – parere. Ne utilizzo anche di francesi, per esempio ‘pour parler’ o ¢a (perdono, non trovo la cediglia) ca sans dire, ecc. e non credo che sia per percezione di inferiorità delle mie amatissime cultura e lingua italiane.
        Papero e sottomettere mi fanno letteralmente innervosire. Ma questo utilizzo di parole assurde può derivare da una temporanea, costretta immersione nella lingua inglese, causa redazione tesi di dottorato.
        Una cosa è certa: se avessi scritto la mia tesi di dottorato in italiano, non sarebbe stata lunga duecento pagine!

        Piace a 2 people

      3. Dicendo “papero” e “sottomettere” mio figlio intende prendere in giro, a suo modo, l’uso indiscriminato dell’inglese anche dove non è necessario. È una sorta di esercizio sui false friends di cui abbiamo parato tante volte negli ultimi tre anni (ha svolto parte delle ricerche per il dottorato fra Leeds e Oxford).

        Piace a 1 persona

      4. Scusa è partito il commento e volevo continuare.
        Forse è colonizzata nel linguaggio parlato, sopratutto per le. nuove generazioni, quando utilizzano espressioni tipo “sheet” invece del classico, pieno, evocativo “merda!” oppure “oh my god” al posto dell’esclamativo secolare “oh mio dio!”

        Piace a 2 people

      5. Be’, no, mi riferisco a cose ben più significative, a partire dall’uso indiscriminato (e insensato) di termini inglesi nei titoli e negli articoli dei quotidiani.
        Avevo segnalato a Alessandro il sito del mio amico Antonio Zoppetti:
        https://diciamoloinitaliano.wordpress.com
        Alessandro esprime una propria opinione personale, non suffragata da studi specifici sull’argomento. Antonio invece si occupa da anni del problema e ha pubblicato diversi saggi.

        Piace a 1 persona

      6. Sembra interessante, sicuramente darò una sbirciatina. I pareri personali, per me, sono interessanti allo stesso modo degli studi scientifici, perché si basano sull’esperienza di una persona comune, che utilizza la lingua al pari dello studioso ma non ha una formazione specifica. Ovviamente mi riferisco al parere di persone pensanti 😉

        Piace a 1 persona

      7. Appunto: come scrive Tom Nichols nel saggio che ho citato prima a Alessandro (La conoscenza e i suoi nemici), viviamo nell’èra dell’incompetenza.
        Personalmente sono disposto a ascoltare i ragionamenti di chiunque, e eventualmente a discuterne. Tuttavia, fra due opinioni espresse rispettivamente da una persona che non ha formazione specifica su un dato argomento e un’altra che invece vi ha speso tempo e fatica, sono incline a dare maggior peso alle idee di quest’ultima. Anche se, come sostiene Nichols, così facendo vado controcorrente 🙂

        Piace a 1 persona

      8. No, anzi. Però, ribadisco il concetto, tendo a privilegiare l’opinione di chi dimostra di saperne un po’ di più.
        Poi però non vorrei dare un’idea sbagliata sul mio conto: non sono un accademico e non ho motivi particolari per prendere una posizione piuttosto che un’altra, se non il buonsenso. L’enciclopedia della musica cui ho dedicato la maggior parte della mia attività lavorativa è stata concepita e curata da Alberto Basdo, forse il più insigne dei musicologi italiani, il quale non aveva titoli specifici in campo musicale essendosi laureato “solo” in giurisprudenza. Ove si dimostra che la passione vale molto più dell’accademia, almeno in certi casi 🙂

        Piace a 1 persona

      9. Ho letto alcuni articoli, ma non ho inteso che ci fosse una tesi da dimostrare, più che altro. Sbaglierò? Forse…
        Ma non credo si possano applicare statistiche e studi scientifici a un argomento come una lingua corrente, così come non si può fare un’autopsia a una persona in vita.

        Piace a 1 persona

      10. Sul termine “scintifico c’è troppo da discorrere e io sono un po’ pignolo su questo, lo ammetto.
        Per me la statistica non è una scienza esatta, per dirne una. Vuoi che lo sia qualcosa come la linguistica e la filologia?
        Sono ottimi strumenti, certo, ma fallibili. E comunque non possono essere fatti esperimenti riproducibili nella maggior parte dei casi, perciò i risultati stessi possono essere passibili di numerosi errori, perciò non la definisco scienza in modo proprio. E se non è scienza, il metodo scientifico è monco…
        Come dicevo, è una mia considerazione personale… ma con profonde radici culturali a sostenerla. 😉

        Piace a 2 people

      11. Ma adesso perché mi tiri fuori un argomento che a nessuno era venuto in mente, giustamente, e di cui non si sentiva la mancanza? Quale scienza è esatta? Stante l’imperfezione dell’essere umano, nessuna. Da quella apparentemente meno campata in aria, la matematica, a quella più inconsistente e insensata, l’economia, sono tutte imprecise. La statistica e la psicologia in effetti si contendono il penultimo gradino, lasciato il terzultimo alla meteorologia. Bene, che cosa ti dice la statistica? Che negli ultimi anni il numero delle parole straniere, segnatamente quelle inglesi, accolte in un dizionario italiano reputato fra i migliori si sono moltiplicate. Tu dici: e allora? E anch’io dico: e allora? Questo dato di per sé non significa nulla perché non tiene conto di un mucchio di altre cose.
        La questione sta su un altro piano.
        Se la politica, la scienza e la moda continuano a bombardarci di termini inglesi e noi:
        – non li traduciamo
        – non li adattiamo all’italiano, per esempio facendone dei calchi (tipo ferrovia e grattacielo)
        – rinunciamo a trovare parole o locuzioni equipollenti nella nostra lingua
        – ci intestardiamo a usarli anche in modo errato (vedi in topic presunto contrario di off topic)
        allora la conclusione è che davvero siamo succubi di una cultura che non è la nostra e che, di questo passo, finirà appunto per colonizzarci.
        Umberto Eco aveva osservato che un italiano di media cultura è in grado di capire quasi per intero la lingua della Commedia dantesca, mentre un inglese di oggi, anche acculturato, fa molta fatica a leggere Shakespeare. Bene, se la tendenza (il trend) rimarrà invariata, penso che le future generazioni di italiani non riusciranno più a capire Dante.
        So bene che la tua reazione istintiva sarà di rispondere con un bel “chissenefrega”, ma a me la cosa dispiace. Così come mi dispiace vedere che ormai quasi nessuno è in grado di capire la musica che propongo quotidianamente nel mio blog. È la stessa cosa: perdiamo il senso di ciò che è stato, ignoriamo il nostro passato, e chi non sa da dove viene è perso, non è nessuno.

        Piace a 1 persona

      12. Va bene (avrei potuto dire Ok, convieni? Non l’ho fatto e cercherò di farlo anche in futuro): perché scrivo così?
        L’esempio è l’unica cosa che ha senso se si vuol far qualcosa: le belle parole non contano (detta così suona antitetico, vero?), nel senso che per contrastare certi influssi bisogna prendersi la briga di interrompere il relatore (non lo speaker – o chi per lui) e dirgli: invece di questo termine, usa quest’altro.
        Solo così si limiterà all’essenziale il gergo tencicistico angloamericano fuori dallo stretto necessario.

        Ma teniamo (entrambi) bene a mente un concetto: le cose esotiche sono più appariscenti e quindi notabili; la fotografia in bianco e nero ha un fascino non solo di antico, ma è proprio l’occhio che la individua fuori dagli schemi.
        Lo stesso vale per le parole: le cose diverse affascinano o provocano repulsione. Difficilmente lasciano indifferenti. 😉

        E concludo, riportando l’attenzione all’articolo iniziale: ci sono ambiti e ambiti!
        Il giornalismo (le news), fatto di sensazionalismo, cercherà di attirare l’attenzione in tutti i modi, così come i pubblicitari (addetti al marketing), perché è il loro obiettivo (target).
        Non dobbiamo confonderli con la letteratura, che poi, in fondo, è quella che viene insegnata nelle scuole, dove, si auspica, le menti imparino il discernimento e, magari, a usare l’equilibrio nel fare e nel pensare.

        🙂

        "Mi piace"

      1. nuuuu… altrimenti finisco nello spam 😂

        sai quanto io e “lei” (albione) non ci sopportiamo, no ?

        ti chiedo solo una cosa, però, perché si parla tanto di salvare i dialetti (alcuni sono addirittura protetti UNESCO) e ci permettiamo di imbastardire la nostra lingua?
        l’inglese non ha portato solo scompiglio nella terminologia ma anche nella grammatica.

        Piace a 1 persona

      2. Perché è inevitabile. Le etnie si mischiano, e lo vediamo come un arricchimento; le lingue accolgono parole nuove, perché è un rischio?

        Cosa intendi per scompiglio nella grammatica? Non riesco a cogliere…

        "Mi piace"

      1. Intendiamoci, a Roma io non vivrei (a Parigi sì), però la nostra capitale oggettivamente è piena di cose belle – e di storia.
        In effetti in un primo momento avevo pensato di citare anche Vienna e soprattutto Praga, che adoro. Poi non l’ho fatto perché nessuna delle due è una grande metropoli: rispetto a Roma, Londra e Parigi mi paiono cioè di un’altra categoria – e a dirla tutta credo che siano molto più a misura d’uomo.

        Piace a 1 persona

      2. Decisamente più a misura d’uomo, sì maestro Cap’. A Roma ho vissuto quasi due anni, così come a Parigi ma per diversi brevi periodi e ho paura a tornarci da sola perché ci metterei giù le tende. 😁😁

        Piace a 2 people

  5. L’articolo è molto bello e non fa una piega, ma a parer mio c’è un vero abuso dei termini inglesi, anche perché spesso si vuole fare i moderni e gli evoluti infilando ogni 2 per 3 parole inglesi che potrebbero benissimo essere evitate.

    Piace a 1 persona

    1. Spero che non sia passato il concetto che hai espresso tu dal mio articolo (non credo, eh, però, meglio chiederti conferma), allora mi sono espresso veramente male.
      Io volevo appunto dire che non è giusto demonizzare certe incursioni lessicali, ma le incursioni sono tali se sono sporadiche, altrimenti è un’invasione (due belle paroline italiane che esprimono sitauzioni ben differenti).

      Grazie, Silvia: condivido il tuo pensiero: non tutti gli atteggiamenti sono leciti, ma fare i duri e puri, non porta da nessuna parte, se non a spezzarsi quando non serve a nulla. 😉

      "Mi piace"

      1. No, era legata a quello che hai scritto: forse è un tantinello forte come definizione, ma era per dire che ci vuole equilibrio come in tutte le cose. E spesso ho letto che si combatte proprio tutto per limitare i danni, quando lo trovo una perdita di tempo e una cosa persino stupida.

        Sì, forse è risultata un po’ troppo accalorata la mia filippica finale! 🤣

        "Mi piace"

  6. ci sono termini come hai detto tu anche in questa riflessione che difficilmente potrebbero essere tradotti, ormai fanno parte quasi della nostra lingua. Diciamo che in linea di massimo io non sono del tutto contrario alle parole straniere, forse ecco se dovessi fare una riflessione leverei molti inglesismi nel mondo dei social e delle pubbliche relazioni. Spesso ci sono manager che per farsi notare anche se parlano con un perfetto italiano devono farsi vedere che padroneggiano le lingue, ecco in quel caso eviterei. Per il resto direi che siamo abbastanza abituati a certi termini, ormai di uso comune…
    Bella riflessione la tua… 😉

    Piace a 1 persona

  7. Noto che i miei figli (e loro coetanei) usano ancor di più introdurre parole inglese nel loro modo di esprimersi. Effettivamente il concetto viene centrato meglio con poche parole. Quasi fosse una gara a chi parla meno 🤗
    A me non dà fastidio, sarà una gestione generazionale boh e poi credo fermamente che ognuno possa fare ciò che crede. Personalmente, io rimango nel classico e se ci metto tre frasi in più per dire qualcosa chissene 😏

    Piace a 1 persona

Lascia un commento

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...