Diavolo

Eccomi qui, seduta una volta ancora su questa panchina di questo parco deserto a far compagnia alle foglie che tappezzano l’erba: una povera imbecille, ecco cosa sono!
Le cornacchie gracchiano insolenti sui rami ormai spogli e io non faccio altro che fissare le acque del fiume, che scorrono lente e scure appena oltre la rete arrugginita e ingobbita dal tempo.
Come hai potuto farmi questo? Che razza di bastardo sei diventato per trattarmi in questa maniera?
Non riesco a trattenere le lacrime, che mi colano lungo le guance, asciugate subito dall’aria fredda dell’inverno imminente. La gente mi guarda e accelera il passo per allontanarsi dal mio dolore, dalla mia rabbia a stento trattenuta, con le unghie che si piantano nei palmi fino a farli sanguinare.
Perché? Perché l’hai fatto? Io ti amavo! Dal primo momento che ci siamo visti, in pratica.
Eri bello, sensuale, spiritoso, passionale… Eri perfetto!
Non so perché hai deciso di venire a parlare con me, non so come mai gli altri ti lasciavano passare mentre avanzavi deciso e mi sussurravi il tuo nome all’orecchio, assieme a quel che avresti voluto farmi.
No! Non eri soltanto tu: volevo anch’io che lo facessi, che mi portassi via da quel per posto per poterti guardare, sentire, annusare, toccare, assaporare. Sì, hai invaso tutti i miei sensi. E anche la mente!
Non so cos’è stato quell’istante di perfezione, ma da allora sono un’anima dannata ai tuoi comandi.
E tu ne hai approfittato: hai abusato della mia venerazione per giocare con me, per farmi soffrire, per darmi lo zuccherino di tanto in tanto e tenermi al tuo fianco, docile animaletto da mostrare in giro.
Io l’avrei sopportato, ma non ti bastava, no: hai voluto anche farmi ingelosire con quella cagna, che sbavava al solo guardarti. Tu le sorridevi, perché ti piace farmi soffrire. E pure lei soffriva, perché alla fine ti negavi, dopo esserti fatto sgolosare.

Poi, una notte, non sei tornato e io ho temuto di averti perduto per sempre.
Forse sarebbe stato meglio, ma non so se sarei riuscita a sopravvivere a quel dolore; così, quando sei tornato da me, anche con quell’odore di cagna sulle dita, sono stata felice di riaverti accanto.
Hai iniziato a farmi venire al parco: l’estate era già tramontata e io, da allora, devo attendere qui ogni giorno, ad aspettare che tu abbia finito i tuoi porci comodi. Lo ammetto: per un po’ è stato bello, ma poi mi sono sentita sola, come una puttana in attesa di un cliente. E ha iniziato a non piacermi più, ma a te non importava e volevi che ci venissi lo stesso.
Ora, come ieri e il giorno prima ancora, non ti fai vedere e io non riesco a smettere di piangere nel vedere le acque scorrere lente e scure senza te al mio fianco a farmi compagnia e saziarmi dell’attesa che ho dovuto sopportare.
Meglio tornare a casa, inutile indugiare oltre…
Mi scongelerò una pizza e la mangerò da sola, guardando lo schermo nero della TV, spenta da quando non torni più da me.

Ma eccoti di nuovo qui: sorrido nel vedere che mi aspetti e mi hai fatto una sorpresa: “Non te l’aspettavi, vero?” sembri voler dire.
Eppure, sono io che sono tornata da te, stavolta: no, non guardarmi così, con quell’espressione sorpresa e fasulla… Certo che ti voglio bene ed è per questo che continuerò a ripetere la nostra routine preferita finché vivrò.
Sposto il sacchetto del minestrone surgelato e lo sistemo sulla tua faccia bluastra e i tuoi begli occhi non mi fissano più.
Richiudo il portellone e la luce si spegne: «Buonanotte, amore mio».

65 commenti

  1. Ah però… direi che questo ometto ha tirato un po’ troppo la corda… ciò non giustifica ovviamente le azioni di lei, ma…
    Sarei curiosa di sapere dove lo porta e cosa ne fa 🤔 tu ci hai pensato?
    Complimenti molto bello, hai fatto in modo che soffrissimo con lei e se fossimo in una giuria americana… chissà chi di noi la condannerebbe 🤗
    Bravo Ale 😘

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