22 febbraio 2022 #1

Il campanile di borgo Trecase rintocca nove battiti e mezzo e non si vede in giro un’anima; nemmeno un gatto randagio coi suoi occhi gialli illuminati dalla luna, che tra un paio di giorni sarà nel suo ultimo quarto, si muove tra gli arbusti spogli e i marciapiedi pieni di guano di piccione.
Artemio è sotto casa di suo cugino, Severino, col dito pigiato sul citofono, ma nessuna luce si accende e nessuna risposta giunge dalla griglia.
«Dov’è finito ‘sto ‘mbecille? Tra un po’ inizia il coprifuoco…» sbuffa e si alita sui guanti di lana bucati, prima di rimettere l’indice sul pulsante.
«Mi spieghi che cosa stai facendo?» dall’alto, la voce stridula della signorina Calendula fa arretrare il ragazzotto attempato di un paio di passi: nemmeno guarda se arrivano delle macchine, perché il silenzio è tale che nemmeno le auto elettriche passerebbero inascoltate «Gli han staccato la corrente, non lo sapevi? Entra e va a bussare.» E dopo essere sparita, la procace zitellona preme il pulsante e la porta fa un clack; si apre uno spiraglio di luce, un lieve chiarore rosato dovuto al neon bianco delle scale che si riflette sulle palle rosse dell’albero di Natale, ancora in bella vista nell’atrio, esce fin sulla strada, creando un contrasto cromatico raccapricciante.

Artemio entra, arriva alla porta dell’appartamento di Severino e batte tre colpi con le nocche, ma i guanti attutiscono il suono, così, dopo una bestemmia che arriva fin su in mansarda, scaglia prepotentemente il pugno sul legno tanto da farlo tremare, così come il muro in cartongesso laccato d’un bel marrone che tiene su l’uscio.
«Chi è che rompe il ca…» il cugino apre la porta e si zittisce «Oh, Arty: che ci fai qui?»
«Arty lo dici alla tu’ sorella, tanto per cominciare!» Artemio entra, spintonando in malo modo Severino, ormai pelle e ossa, con il volto emaciato e la barba di almeno una dozzina di giorni.
«Eggià: si chiama Artemide, come dovrei chiamarla?» gli mormora in risposta a fior di labbra, violacee per il freddo.
Artemio si sfrega le braccia e si mena delle manate sulle spalle «Brrr… Che freddo! Ma che t’è successo? Hai i pin…» non fa in tempo a finire la frase che un’anta dell’armadio a muro in fondo al corridoio si apre e ne esce proprio un pinguino, che trotterella via verso la cucina «Non dirmi che ti hanno licenziato di nuovo!»
Severino annuisce in silenzio «Ero solo in prova: facevo il lad… Il grassatore, ecco.» abbassa la testa e sospira, facendo fluttuare una nuvoletta di vapore «Però, con ‘sto pandemia del menga, non si può più lavorare per via delle limitazioni alla circolazione e…» si stringe nelle spalle ossute e molla un peto che richiama l’attenzione dei vicini del piano di sopra, che domandano attraverso il solaio tarlato se va tutto bene «Tutto a posto, Gesualdo: sto solo spostando la cadrega.»
Il cugino di campagna si tura il naso e una smorfia disgustata gli disallinea la bocca «Ma per motivi lavorativi, io sapevo che si può circolare, no?» si avvicina al cittadino di borgo Trecase e gli tiene insieme le ossa in un abbraccio «Potevi dirmelo, sai? Io sto concimando e ho bisogno di qualcuno che mi dia una mano…»
«Ma il tuo è un lavoro di merda!» protesta Severino, che piange lacrime senza sale, visto che non può più permettersi nemmeno quello «Ma se vengo a casa tua, poi, mi tieni anche per cena? Lo sai che a me il gatto non piace granché…»
«Coniglio: si dice coniglio!» protesta Artemio, con sguardo severo verso Severino «E poi tua zia non è capace di cucinare altro: accontentati.»

continua…

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