La paura

«No, non spegnete la luce, vi prego…»  gratto con le unghie contro la porta chiusa, ma anche lo spiraglio che c’era sotto scompare: stop, finito, buio totale.
Mi metto con la schiena contro il legno, che improvvisamente è freddo, ostile. Il formicolio sale dalle dita e scorrere attraverso le mani fino ai gomiti: mi gratto, ma non si ferma, e un sibilo spezza il silenzioso nero che mi avvolge e mi striscia addosso con le sue viscide squame.
Ho gli occhi sbarrati, ma nessuna luce mi permette di trafiggere quella nebbia bituminosa che fluttua davanti a me, attorno a me, occultandomi il mondo… occultandomi al mondo…
Mi si mozza il respiro riempiendomi i polmoni di un gelido fluido ribollente.
Era una risata quella? «Ehi, c’è qualcuno?» giro di scatto la testa, ma è tutto nero, tutto lontano dai miei sensi amputati.
Tutto tace, ma il vuoto è rotto dalla risata che mi gira intorno, da un orecchio all’altro, carezzandomi con l’alito graffiante del suo rauco ripetersi.
Agito le mani, ma i fendenti delle mie dita graffiano solo l’aria, che si fa intensamente pungente e mi trafigge la pelle. Torno a grattarmi, i palmi, i dorsi delle mani e sento che tutto si lacera e anche quel tepore di sangue che ne esce, si congela, evaporando via dal mio corpo.
No, no: non urlerò come ieri, non lo farò di nuovo: quell’ago mi ha fatto vivere un sogno che… ma io ci sono già dentro, non è così?
Ancora quella voce, così carezzevolmente spietata che mi lacera i timpani col suo sussurro di piacevole morte: mi metto in posizione fetale cacciando la testa tra le ginocchia, ma la voce sembra ancor più distinta e mi attira ancor di più lontano dalla luce, dove il pensiero non riesce a penetrare il velo di oscurità che l’ha intrappolato. Ansimo a bocca aperta e l’aria non ne vuol sapere di riempire il mio corpo.
Non ce la faccio più, ora urlo… ora urlo… ora urlo!
Sento il sangue colarmi dall’angolo della bocca e scorrermi in gola, refluo di tepore già destinato a estinguersi.
Ogni respiro s’affanna a inseguir quello prima, ma la risata cresce di volume e ora sento il suo odore davanti a me e i suoi occhi mi fissano bui e profondi come la notte che mi tormenta col suo scherno.
Serro le palpebre, ma queste mi si ribellano e gli occhi scrutano quel che non si vede, quel che mi aggira e mi perseguita: sento il suo tocco sul corpo, tra i capelli, e i suoi passi silenziosi mi aggirano in una danza macabramente rituale e dal sapore di fine.
Il sale delle lacrime si mischia al sentore ferroso del sangue sulle mie labbra e la lingua ferita ne raccoglie gli umori per ricacciarli nel corpo a cui appartengono.
Il cuore smette di martellare, la voce stavolta è vera e la porta si apre sul corridoio abbagliante.
«Ti sei pisciato addosso anche stanotte, stronzo?» il secondino mi assesta due calci nei reni, ma il mio corpo ancora tremante non si muove dalla posizione. La luce mi lacera le pupille, ma ora respiro, vivo.
Il sangue, le lacrime, il piscio… di quello poco m’importa.

Iron Maiden – Fear of the dark

In copertina: Incubo (1781), Johann Heinrich Füssli, Detroit Institute of Arts, U.S.A. (dal web)

Consulenza artistico-musicale: Camelia Nina

38 commenti

      1. È venuto in mente a me….visto che seguo la vicenda di Stefano dall’inizio … mentre leggevo … ho pensato chissà se la paura, questo nero assassino, il sapore del sangue, il tepore dell’urina sono state le sue ultime sensazioni? Così come le hai descritte? M’è salito un brivido!

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