Petrarca #2

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Venerdì 11: la cena

Dove sei finito, Andrea? Non è che mi dai buca, vero?
Sono qui da quasi un’ora e ho già bevuto due bicchieri di prosecco: il barista, quando non fa battute per provarci, mi guarda le tette; continuo a ridere come un’oca, ma sento che il vino sta facendo effetto.
E tu non arrivi: dove sei? Ti ho anche mandato un messaggio, ma non l’hai ancora letto. Ora ti chiamo…
«Ehi, ciao!» mi prende per le spalle e mi bacia sulle guance «Scusa per il ritardo, ma l’ultimo cliente…» sì, l’ultimo cliente, certo… Non lo ascolto nemmeno, mi sta dicendo qualcosa sul farsi una doccia, ma non riesco a smettere di fissare quel suo bel faccino, la barbetta incolta e gli occhi: come si fa a non perdersi in quel verde? «Che dici, andiamo?»
«Come, scusa?» sbatto le palpebre e deglutisco.
Mi si avvicina e me lo ripete all’orecchio: «Ho chiesto se vogliamo andare. Tutto a posto, tesoro?».
Annuisco e mi schiarisco la voce: «Ce… certo» continuo a far cenno di sì, mentre cerco nel portafoglio i dieci euro: il barista li prende, lascia il resto e saluta, ma si vede che gli girano le palle. Cosa credeva? Che fossi lì per lui?
«Hai bevuto qualcosa, intanto che aspettavi?» mi cinge i fianchi e mi scorta all’uscita «Se vuoi guido io…» continuo ad annuire. Avrò le guance rosse da far spavento: perché ho bevuto? Farò la figura dell’idiota e non lo rivedrò più, ci scommetto. Lui però spinge la porta del bar e mi fa passare. Io, intanto, traffico ancora con la borsetta in cerca delle chiavi.
«Tieni…» gli sfioro la mano e lui mi sorride, iniziando a premere il pulsante d’apertura. Le frecce lampeggiano, si sente il bip della chiusura centralizzata e ci dirigiamo verso l’auto. Anche se si è tolto la cravatta, che gli spunta dalla tasca della giacca, è elegante in quel completo blu.
«Prego, prima le signore…» mi apre la portiera e attende di fianco, ma non stacca gli occhi dalle mie gambe: bene! Soldi ben spesi, quelli dall’estetista. Sale anche lui e sistema sedile e specchietto: «Era per le otto, giusto?» allunga il braccio verso di me e sussulto, ma si sta solo appoggiando al sedile per fare la retromarcia e uscire dal parcheggio.
«Sì, avevi detto alle otto, otto e un quarto…» mi metto la cintura e lo guardo: «Siamo in ritardo?».
«No, sta’ tranquilla: conosco una scorciatoia per evitare il traffico» mi guarda e ammicca. «Scusa per la macchina, ma la mia mi ha lasciato a piedi col motorino d’avviamento» scrolla le spalle e inclina il busto verso di me, con una mano sulla leva del cambio e l’altra sul volante. «Sei mai stata al Belvedere?»
Io scuoto la testa: «No, mai stata» mi guardo la gonna nera. «Dici che il vestito va bene…»
«Non te l’ho ancora detto che sei bellissima? Allora sono proprio un maleducato» mi rimira da capo a piedi e io abbasso subito la testa. «Ehi! Che succede, tesoro?» mi prende la mano e se la porta alla bocca. «Non mordo mica! Non subito, almeno…» e si porta le mie dita alla bocca, fingendo di addentarle.
«È che…» non ho più salivazione e fatico a deglutire «Niente, sono solo contenta di uscire a cena con te» ritiro la mano e gli prendo la cravatta che fa capolino della giacca. «Se vuoi, questa, te la tengo io.»
Mi fa cenno di sì, tornando a guardare la strada: «Grazie, me n’ero scordato: meglio che in tasca, sicuro».

Il panorama è stupendo e il tavolo che ci hanno riservato è proprio vicino alla balaustra: si scorge buona parte del lago. Lui è brillante e si vede che è a suo agio: ordina il vino e le pietanze per tutti e due, ma prima mi chiede se va bene la scelta. È strano essere qui con lui: fino a un mese fa nemmeno sapeva chi fossi e aveva una ragazza diversa…
Oddio: non è che poi, dopo stasera… Sì, può essere; però, se mi comporto come si deve, magari…
Basta, cerchiamo di goderci questo momento; poi vedremo che succede, ma intanto la testa si abbassa.
«Ehi, tesoro» mi sento addosso i suoi occhi verdi e quando sollevo lo sguardo dalle mie mani, appese al bordo del tavolo, li incrocio: il tempo sembra rimanere sospeso per un momento, poi lui fa un cenno e io allungo la mano, che lui mi afferra con delicatezza; col pollice mi carezza le nocche: «Allora, ti piace il posto?» mi guardo di nuovo intorno e le luci accese dei paesi del lungolago si riflettono sull’acqua creando un effetto meraviglioso. «Volevo che fosse tutto perfetto: per fortuna non ha piovuto.»
Il cameriere porta il vino e gliene versa un goccio: lui assaggia e dà l’ok. Poi versa a me per prima. Andrea mi guarda e ammicca e, quando l’altro se n’è andato, alza il calice: «A questa splendida serata?».
I bicchieri tintinnano e io bevo: è buonissimo. «Sai che non me l’aspettavo un tuo invito?» poso il bicchiere e mi sporgo verso di lui: «Mi piace star qui con te, però ecco…».
«Non è colpa di nessuno se non ci hanno presentati prima!» sorseggia il vino e sbircia verso i tavoli che ci affiancano «Ogni tanto vengo qui con dei clienti, ma credo non mi abbiano mai visto con una donna» si protende in avanti. «No, mi sbaglio: una donna ce l’ho portata, in effetti» ridacchia «ma aveva almeno il triplo dei tuoi anni, quindi non conta.»
«Scemo…» bevo un altro goccio di vino e il cameriere arriva con gli antipasti.
Mangiamo e parliamo, lui racconta aneddoti divertenti e ascolta quando gli racconto del mio lavoro in ufficio, delle mie colleghe e di cos’avevo in programma per l’estate. Quando resto senza bere me ne versa e, quando arrivano i piatti, mi fa sempre dire per prima cosa penso delle portate, poi lui annuisce e inizia a raccontarmi della sua passione per la cucina, di come si è sempre trovato bene in quel ristorante e tutto il repertorio di chi la sa lunga.
Io mi limito a rispondere quasi a monosillabi, ma a un certo punto mi fa: «Qual è il tuo poeta preferito?».
«Boccaccio. No, scusa: intendevo Petrarca.» Boccaccio? Sono proprio scema: come si fa a rispondere Boccaccio? Lui, però, sembra galvanizzato dalla risposta finale e mi decanta il Solo et Pensoso: «Sai che questa è una delle prime poesie… il primo sonetto, che ho imparato a memoria? Ogni tanto mi capita di recitarlo, soprattutto se mi sento solo» sospira ed è bellissimo. Sembra più vero di quando parlava del ristorante e della cucina: poco, ma sicuro. «Ti ricordi quando anni fa c’è stata la quarantena?» annuisco e appoggio il mento alle dita intrecciate «Ecco, io vivevo ancora coi miei, fuori città e a volte uscivo a farmi una passeggiata per i campi: era il mio momento di libertà… e mi recitavo quel brano pensando di essere Petrarca in cerca di Laura.»
«E l’hai trovata?» mi sporgo in avanti e sento una vampata che mi arrossa la faccia: che cosa mi prende? Ma ormai il danno è fatto.
«No, ma non ho smesso di cercarla…» ammicca, mi prende la mano e la bacia «Ma non credo che debba per forza chiamarsi in quel modo.» Eh, bravo: se vai avanti così ti abbraccio e mi metto pure a piangere.
Svuoto il bicchiere e mi schiarisco la voce: «Ti va di fare un giro in riva al lago, dopo cena?».
Sorride di nuovo e si pulisce la bocca: «Sai cosa pensavo, invece?» appoggia il tovagliolo sul tavolo e mi fissa «Che non voglio che la serata finisca senza che abbia visto cosa nascondi sotto quel bel vestitino».
E ora che gli dico? No, grazie? Sento già le voci delle mie colleghe che mi danno della stupida. E poi mi piace, anche se sembra uno che se ne è portate a letto tante. Sì, tante: quindi ci saprà fare, se non altro. E anch’io ho una gran voglia di far l’amore. Mi piace. Tanto. Forse pure troppo.
E se poi sparisce? Lo so che poi ci resterò male, però…
Mentre mi sto ancora mordicchiando il labbro, il cameriere arriva col conto e lui paga con la carta. «Vuole la fattura, signor Giorgi?»
Lui si mettere a ridere e si gira verso di me: «Le sembra una cena di lavoro, per caso?» l’altro fa cenno di no e se ne va lasciandoci di nuovo soli. «Allora? Vuoi ancora fare una passeggiata o…»

continua…


Questo racconto, che avevo già pubblicato sul precedete blog, sarà inserito nella raccolta di racconti di prossima pubblicazione.


In copertina: disegno personale di Alice e Andrea

38 commenti

    1. Davvero? Oddio, mi preoccupo! 😱

      E fai pure attenzione alle date, perché si rischia di far confusione.

      A parte gli scherzi, il racconto è a punti di vista alternati, sperando che non si creino ambiguità, altrimenti ho sbagliato qualcosa… 😉

      "Mi piace"

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