Nisuab Minphus #2

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E fu così che venni al mondo io, Nisuab Minphus, dalla relazione carnale tra mio padre, Horatius Minphus, e la sua schiava-concubina, Ivorfin, nell’isola di Dinvor dell’arcipelago di Zyhon.
Agli occhi di molti di voi, questo può apparire un destino crudele e un fato avverso: sciocchezze! È solo perché non sapete ancora cosa accadde gli anni successivi alla mia nascita, quando quella che io credevo essere stata un’infanzia normale si trasformò, in seguito, nel peggiore degli incubi.
C’era stato un tempo, nei due lustri e poco più dopo la mia nascita, in cui mia madre mi insegnò quel poco che ancora conservo nella memoria: mi istruiva nella lettura e nella scrittura, mi parlava con il dialetto dei suoi simili e mi tramandava parte della storia di famiglia, poiché in me era chiara l’ascendenza, nonostante i lunghi capelli scuri ricoprissero le orecchie decisamente più a punta di quanto fossero quelle degli umani; con questo suo fare, mi voleva aiutare nel caso avessi avuto la possibilità di lasciare l’arcipelago e approdare su uno dei continenti: forse possedeva anche qualche capacità divinatoria, chi può dirlo?
Avevo inoltre un fratellastro, Anamo, nato dalla moglie di mio padre, Alphir, tre anni dopo la mia nascita (nel 965 III.C.), che si era affezionato a me più di quanto mio padre lo fosse mai stato e almeno tanto quanto mia madre lo fu ai tempi della mia infanzia; però, proprio a causa di questo attaccamento fraterno, al fatto che ero figlia di una schiava elfa e che ero una femmina, la cosa peggiore in quanto inutile al lavoro e alla prosecuzione del nome della casata, ero divenuta il ricettacolo e la causa di ogni male che si abbattesse sulla famiglia; fu così che si decise di porre rimedio a tutto questo, senza nemmeno doversi inimicare la dea Voptarya.
Era la vigilia della “Prova dell’Acqua” per Anamo: stava per compiersi per lui il sedicesimo Giorno della Vita; io avevo ormai superato i diciotto anni, ma ero decisamente più minuta e fragile di lui, a causa del retaggio del sangue elfico che scorre nelle mie vene. Ebbene, il nostro stesso padre, Horatius, ci volle entrambi presenti e ci disse: «Ora voi due andrete incontro al vostro stesso destino. Tu, figlio mio, diverrai forte e robusto più di me, comanderai una flotta e ti arricchirai come nessuno mai nella nostra famiglia». Questa frase è la stessa che ogni padre pronuncia davanti al proprio discendente, per cui non ci fu alcuna particolare sorpresa; tuttavia egli non ci congedò subito e proseguì: «Tu, seme dei miei lombi, figlia bastarda e procacciatrice di sventura, sarai sacrificata alla Signora dell’Acqua e riporterai con la tua morte la ricchezza e la fortuna nella casa che troppo a lungo ti ha ospitato. E lo farai da schiava! A te, figlio mio prediletto, l ‘onore di porre fine all’inutile vita di Nisuab, nella speranza che gli abissi accolgano il suo corpo come dono per i loro banchetti».
Immagino che voi capirete che cosa significasse tutto ciò, e quindi non vi stupirete sapendo che cominciai ad urlare, scalciare e dimenarmi, mentre ero trattenuta da due sgherri di mio padre, comparsi quasi dal nulla alle mie spalle; e tutto quello avvenne, alla presenza dell’intera famiglia, mia madre inclusa, che singhiozzava sommessamente, mentre il resto sogghignava nel vedermi, alla fine, legata e imbavagliata e marchiata come proprietà di Horatius, che al contempo consegnò ad Anamo una copia del medaglione runico per impedire che morissi una volta allontanatami dalle coste di Dinvor. Fui legata a prora della piccola imbarcazione e affidata ad Anamo. Horatius si soffermò persino a constatare la tenuta dei nodi che mi trattenevano e non disdegnò di toccare il mio corpo laddove più mi procurava umiliazione; dopodiché se ne andò sogghignando, lasciandomi afflitta, disperata e in lacrime nel mutismo del mio bavaglio.
L’unico silenzioso e serio era proprio il mio fratellastro, che tuttavia non dava segno di volermi aiutare né, tantomeno, contravvenire agli ordini paterni. Fu così che spiegò le vele e fece uscire la piccola imbarcazione dal porticciolo, in direzione Est, mentre Diesef iniziava a levarsi al di sopra dell’orizzonte.
Una volta giunti in mare aperto, dopo aver controllato per l’ennesima volta le poche merci che costituivano il suo carico e il cui ricavo gli avrebbe fatto ottenere lo status di adulto nella comunità dei Cavalcatori d’Onda, venne verso di me e mi liberò dal bavaglio, ma si astenne dallo sciogliere i nodi che mi tenevano ancora legata, mentre io lo supplicavo di avere pietà di me e che sarei scomparsa per sempre dalla loro vita e questo sarebbe bastato per dimostrare la mia prematura dipartita.
Si disse dispiaciuto, e che non avrebbe mai voluto compiere quello che gli era stato ordinato, perché lui mi trovava gradevole e anche utile, in talune circostanze. Leggevo il conflitto interiore sul suo volto: la cosa durò almeno tre giorni e due notti, poiché il vento soffiava e lui era impegnato a governare le vele per trarne il massimo vantaggio possibile e arrivare nel Dodantior quanto prima.
Quando infine il viaggio stava volgendo al termine e la decisione di Anamo sembrava presa, egli mi tolse il segno della mia schiavitù col suo medaglione, ma solo per permettermi di poter perire da mezzelfa libera, in onore del nostro passato, senza tuttavia liberarmi dalle corde che mi tenevano legata a una piccola cassa. Sta di fatto che, forse distratto da queste ultime operazioni, mentre invocava Voptarya per il sacrificio rituale, il vento si levò improvviso e il boma girò rapido attorno all’albero e colpì Anamo alla nuca, facendolo crollare sul ponte in maniera rovinosa, con il sangue che si spandeva sulle assi della barca.
Devo ammettere che avrei tratto un sospiro di sollievo, se non fosse che, purtroppo, i guai erano solo all’inizio: eravamo in balia del vento e Diesef stava ormai calando all’orizzonte, ma in lontananza, da Ovest, si scorgevano delle navi ben più imponenti della nostra venire verso di noi.
Gridai per far rinvenire il mio fratellastro, ma a nulla valsero i miei sforzi: la prima nave ci sfiorò da tribordo, facendo oscillare la nostra imbarcazione quasi da ribaltarla per il rollio; ma fu la seconda, sulla cui rotta eravamo finiti per il precedente spostamento, che ci travolse in pieno; a bordo si sentivano i minotauri urlare per il gradimento di quella manovra, e nemmeno presero in considerazione l’idea di recuperare il piccolo carico che trasportavamo. E men che meno noi due.

continua…


In copertina: Half-Elf Portrait by kimsokol (DeviantArt)

38 commenti

      1. Lo so, ma a volte, non dico del tuo ma in generale, mi interrogo sulla verosimiglianza di certe situazioni, anche quando scrivo le mie storie. Per esempio, in Il mistero di Villa dei glicini, parlo del puzzo della stanza in cantina dov’è tenuta prigioniera la ragazza rapita e del secchio dove probabilmente ha fatto i suoi bisogni.

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      2. Sì, hai ragione.
        Come hai letto nella Brigata della Speranza, nei primi capitoli c’è Siina che va a fare i suoi bisogni e quello era funzionale perché stava riflettendo e quindi ci stava tutto. E anche nel secondo libro c’è una scena in cui c’è il riferimento (e c’è pure Nisuab Minphus) alla puzza di escrementi perché è una cella.

        In un racconto era troppo fuorviante e mi sono concentrato sulla storia, per necessità di non appesantire con dettagli “inutili”.

        Però è senza dubbio un aspetto da tenere in considerazione per avere della verosimiglianza.

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      3. “La chiave girò nella toppa tre volte, accompagnata dal rumore metallico dello scrocco che si ritraeva; la porta girò sui cardini arrugginiti e la fioca luce della torcia illuminò lo stretto ambiente di due passi per lato.
        L’uomo sdraiato sul lercio pagliericcio si schermò il volto con la mano e strizzò gli occhi, mettendosi a sedere contro la parete di nuda pietra «Chi è che si degna di farmi visita?» si grattò la lunga barba incolta e tirò su col naso «Oh, quale onore: messer della Loggia e la sua puttana!»
        Dal secchio nell’angolo esalava un afrore di piscio e merda che si mescolava con l’odore stantio della muffa del-le pareti umide.”

        (poi smetto, o spoilero troppo!)

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  1. Siete voi gli scrittori, non mi permetto di commentare, però, detto tra noi, sto bene anche se non so dove vengono fatti i bisogni… Del resto anche nei film è un particolare di cui ci si occupa raramente.

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