Petrarca #7

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Venerdì 25: la serata più lunga

«Toh, guarda chi si rivede: come va?» Paolo mi si avvicina e mi guarda sollevando un sopracciglio «Che fine avevi fatto, Andre’? Potevi almeno degnarti di rispondere ai messaggi sul gruppo.»
«No, è che…» scrollo le spalle «Lascia stare, non è stato un gran bel periodo: impegni, lavoro…»
«…scopate!» conclude lui con un sorrisetto «Capito, capito. Però qualche foto delle tipe ogni tanto ce la giravi. Adesso invece… Sei diventato un egoista del cazzo» storce le labbra e mugugna.
Scendo dallo sgabello del bancone: «No, niente scopate» scuoto la testa e la mia faccia deve essere tutta un programma per come sgrana gli occhi. «Non sono molto in forma da qualche tempo, in effetti.»
«E ora dove te ne vai?» piega di lato la testa, grattandosi il mento «Non ti fermi neanche per una birretta? Tra poco arrivano anche Mattia e Fra’.»
«Te l’ho detto» abbozzo un sorrisetto, infilando le mani nelle tasche «ho così tanti pensieri per la testa che mi sembra che stia per scoppiare da un momento all’altro» do una scrollata di spalle. «Non voglio rovinarvi la serata con le mie menate e tutte le altre stronzate in cui sono finito» ammicco. «Ci sentiamo in settimana: il prossimo weekend sarò dei vostri, promesso!»
Paolo sospira, annuendo appena: «Come vuoi. Ma se hai bisogno di…».
«…lo so, lo so!» gli do un paio di pacche sulla spalla «Non ho scordato che ci siete. È solo che tante cose sono cambiate e prima devo capirci anch’io qualcosa.»
«C’entra ancora quella là?» corruga la fronte «Giulia?»
Sorrido e scuoto il capo: «Non mi va di parlarne, davvero» mi avvio verso l’uscita e agito in aria la mano, senza voltarmi.
Un cenno al barista che sta sistemando le tazzine pulite sulla macchina del caffè ed esco: sotto la loggia, i tavolini sono tutti occupati e le due giovani cameriere saettano dall’uno all’altro con taccuini e biro alla mano; saluto un conoscente intento a fumare vicino al pilastro e poi mi incammino per le vie del centro.
Non so nemmeno io cosa mi sia preso: potevo passare una serata con Paolo e gli altri, senza pensare a null’altro che a bere qualcosa e ridere in compagnia, come ai bei vecchi tempi, ma no, ho dovuto fare il misterioso, tirarmela: va a finire che anche loro prima o poi si stufano e non si fanno più sentire.
E forse me lo merito.
E tutto per quella stronza di Alice: se penso a com’era facile la mia vita due settimane fa: «Idiota!» biascico tra i denti, sputando fuori quella parola come se fosse un boccone amaro.
“Solo et pensoso i più deserti campi…” e pensare che è partito quasi tutto dal buon vecchio Petrarca.
Boccaccio! Chissà come sono riuscito a rimanere serio al Belvedere. Sorrido ancora e penso al suo viso, ai suoi capelli, alle sue labbra. Quanto vorrei che fosse qui per baciarla.
Sì, sono ancora qui come un cretino, a pensare a lei, a pensare a come mi sono ridotto per lei. Anche gli altri non sanno più cosa pensare di me, non mi riconoscono più.
Potrei mandarle un messaggio, dicendole di andare affanculo per tutto quello che mi ha fatto, ma quando prendo in mano il telefono le dita si irrigidiscono e non riesco a fare ciò che il mio istinto di sopravvivenza vorrebbe che facessi.
Ormai casa mia è dietro l’angolo, ma non sono nemmeno le dieci e mezza: chi è quel coglione che si rintana in casa a quest’ora? A parte me, intendo.
Potrei passare il resto della serata sul divano a guardare la tv, ma è da quella sera che non la accendo e non intendo certo ricominciare proprio oggi.
«Merda!» sono diventato una iena irritabile e anche sul lavoro le cose non è che vadano alla grande. Per fortuna al capo sto simpatico, altrimenti mi avrebbe già detto di darmi una regolata.
Dovrei trovarmi un bel posticino in qualche ufficio in cui non devo aver niente a che fare con la gente, ma so già che non durerei: tempo un mese e me ne andrei io, con le palle piene e il morale sotto le scarpe.
Giro intorno all’isolato, sbirciando le finestre della gente che conosco: tutto chiuso e luci spente, il più delle volte.
Potrei chiedere di essere trasferito? E chi me lo fa fare di restare qui?
Sì, sono proprio un idiota fatto e finito: a che serve scappare? Per ricominciare tutto daccapo? Per trovare un altro posto da cui scappare quando le cose non andranno come mi ero immaginato? Prima o poi tutto va male, anche quando sembra andare per il meglio.
Ottimo, sono diventato un pessimista con tanto di spolveratina di cinismo: cosa si può voler di più dalla vita?
Alice.
Sì, forse dovrei rassegnarmi e accettare che le cose seguano il loro corso e poi, chissà: potrebbe uscirne del buono? Non so, non sono così stupido da darmi una risposta, ma la speranza c’è, in fondo in fondo.

continua…


Questo racconto, che avevo già pubblicato sul precedete blog, sarà inserito nella raccolta di racconti di prossima pubblicazione.


In copertina: disegno personale di Alice e Andrea

45 commenti

  1. il bello di queste tue narrazioni è che sono così vive e vere che sembrano scritte in prima persona, in pratica sembra il tuo diario. se uno entrasse nel blog per la prima volta e leggesse questo post sicuramente penserebbe che stai scrivendo un pezzo della tua vita, della tua giornata. E’ una qualità riuscire a calarsi bene nelle varie parti, in questo ti sai destreggiare benissimo 👏👏👏👏👍

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