Nisuab Minphus #3

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Fu così che io e mio fratello Anamo finimmo in mare, speronati dal possente veliero.
Appena prima dell’impatto egli ebbe il tempo di riprendersi e fissare nella mia direzione, avvicinandosi lentamente a me tenendo nella mano tremante il proprio pugnale, ma il fatto che non riuscì a raggiungermi fu la mia salvezza e la sua fortuna avversa: egli, per l’urto, fu scaraventato contro la cassa a cui ero legata e l’impatto fu talmente violento che sentii le ossa del suo cranio infrangersi; io, quasi nello stesso istante, fui sbalzata lontano dal resto del natante e mi trovai, per puro miracolo, ancora legata ad alcune assi, ma con la faccia rivolta al cielo che stava via via diventando stellato. Quando le cinque navi dei minotauri transitarono e ancora si udivano le risate e in lontananza, della nostra imbarcazione restavano solo dei detriti; il corpo di Anamo era sparito negli abissi, non lasciando alcuna traccia. Da quel che potevo comprendere, era stato inghiottito dalle nere acque: non aveva superato la Prova dell’Acqua! Risi istericamente per la situazione, pensando a mio padre, ricevendo per risposta lo scherno dei marinai che si allontanavano velocemente; infine mi lascia cullare dalle onde mentre il sonno mi pervadeva.

Rimasi a galleggiare per altri due giorni, in balia del mare e sballottata dai venti e dalle onde che si alternavano in quel braccio di mare: non sapevo se le correnti mi stessero trasportando nella giusta direzione, ma fu quella la prima volta che mi misi a pregare intensamente Voptarya e forse le mie suppliche ricevettero una risposta, perché alla fine del secondo giorno, intravidi la terraferma. Ero ormai più morta che viva, disidratata e prossima all’emettere l’ultimo respiro, ma non era quello a cui ero destinata.
È da allora che provo una paura smisurata e incontrollabile quando mi trovo davanti alla distesa del mare, calmo o agitato che si possa presentare. Da quel giorno non ho mai più posto piede su una nave, ad eccezione di qualche zattera per attraversare piccoli corsi d’acqua, ma anche in quelle occasioni ho dovuto esercitare su me stessa una violenza quasi fisica per resistere alla paura e non fuggire urlando.

Quando rinvenni, un pescatore era riuscito a trarmi in salvo e quel brav’uomo mi aveva condotto a casa sua, una casupola poco distante dalla spiaggia: mi rifocillò e mi diede un giaciglio, accanto a quello della sua unica figlia, poco più grande di me. Da lei ricevetti delle vesti che ormai le risultavano strette.
Rimasi con loro finché le ferite del mio corpo si rimarginarono e guarirono. Quelle dello spirito, invece, erano decisamente più profonde e non parlai a nessuno di quel che avvenne per un bel pezzo…
Una notte, quasi tre decadi dopo essere stata salvata, mi allontanai dalla quella nuova casa, dalla gente che mi nutriva e mi teneva con sé per pura benevolenza, ma che cominciava a farmi sentire come un peso, un fardello alla già precaria economia famigliare, come avevo avuto più volte avuto occasione di udire negli ultimi giorni, quando ascoltavo le conversazioni tra Siapha e suo padre Banur; forse credevano che io dormissi, ovvero ben sapevano che io li stavo udendo, sta di fatto che non mi dissero mai apertamente quello che pensavano e continuavano a sorridermi con un’espressione di pietà che io detestavo profondamente… E poi, anche se non era una cosa che si vedeva molto, per via dei lunghi capelli, ero una mezzelfa e questo su Sphaera ha ancora un suo peso.

continua…


In copertina: Half-Elf Portrait by kimsokol (DeviantArt)

45 commenti

    1. Buongiorno a te!

      A livello “tecnico” può essere che consentano di incanalare meglio determinate frequenze di suono, oppure che permettano di percepire meglio le variazioni del vento o della pressione atmosferica.
      Sto, chiaramente, dicendo delle conseguenze legate alla razza che potrebbero giustificare determinate prerogativa. E aggiungo che non ne ho la più pallida idea se, a livello biologico-meccanico, possano essere veritiere.

      Una cosa che invece do per certa è che l’elfo (in un determinato contesto fantasy) ha una struttura fisica longilinea e lo fa essere un quasi un “fuso”, il che ha probabilmente indotto ad adattare questo particolare anatomico (i padigliono auricori) a questo tipo di dinamica generale.
      In effetti, anche se è meno caratterizzante, io immagino anche che abbiano un mento leggermente aguzzo e non certo una mandibola da “hulk”. Da notare che spesso e volentieri le donne degli elfi hanno fianchi ben più stretti e seno tutt’altro che prosperoso. Ci aggiungerei anche le dita sottili, così come le ossa, che però non risultano fragili, ma semplicemente più elastiche.

      Va da sé (nel mondo fantasy) che la discendenza mista non abbia una caratterizzazione prevaricante, ma una spartizione delle caratteristiche principali delle due razze, i che, comunque, li rende distinguibili da entrambe quelle di provenienza.

      Mi sono dilungato, ma almeno ho fatto una bella carrellata. Può anche essere che più avanti ne faccia una trattazione più specifica, ora che mi hai messo la pulce nell’orecchio (non affusolato)

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      1. Quando finisce il racconto, prima di iniziarne un altro, l’idea di inserire dati inerenti a Sphaera era già in programma: devo solo capire da dove partire e come procedere per dare una continuità… e magari aprire una nuova categoria per gestire al meglio anche una futura ricerca! 🙂

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      1. Sì, in questo racconto non ci sono molti nomi da tenere a mente… Tieni conto che è il lavoro che di solito faccio/facevo quando dovevo creare un personaggio per provare a dargli un passato e uno spessore a livello di identità, moralità e caratteristiche psicologiche.

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      1. Allora non sei un elfo: la vista è elfica è leggendaria! 😉

        Comunque io ti dico solo questo: sto aspettando in questi giorni il malloppo di “Brancalonia”* per potermelo studiare e, appena possibile, riprendere a giocare con gli amici! 😍

        *se non sai cos’è, cercatelo e poi mi dirai che ne pensi: idea geniale, a mio modesto parere!

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