Nisuab Minphus #4

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Il villaggio più vicino, da quel poco che ero riuscita a farmi dire, era circa a tre ore di cammino e si trovava sulla strada per Lanther, seguendo la costa; l’alternativa era vagare verso Sud percorrendo strade e sentieri pericolosi, attraversare il Keldetuir e raggiungere il Glouhar, patria di mia madre. Optai per il Nord, e per il momento trascurai l’idea di raggiungere la “Grande Foresta”, così com’è conosciuto il Glouhar tra gli elfi del Ghadra, di cui mi aveva tanto parlato Ivorfin e dove parenti tuttora sconosciuti forse vivono ancora.
Il nome del villaggio che raggiunsi era Mabrhin e ci arrivai a passo spedito, in meno di due giri di clessidra, seguendo la strada della costa; meno di un centinaio di casupole, raggruppate attorno ad una piazzetta quadrangolare, su cui si affacciano una decina di edifici di pietra.
Forse saranno stati ben poca cosa, confrontati con gli edifici di Lanther e di altre importanti città, ma fonte di enorme soddisfazione per i proprietari di quelle solide dimore: la locanda, in particolare, presso cui ottenni lavoro dapprima come sguattera, successivamente come cameriera, era ben curata e piacevole nell’aspetto, oltre che calda e accogliente al suo interno.
Donon, il vecchio locandiere e capo del villaggio, mi prese subito in simpatia e mi offrì il lavoro che era stato fino a pochi mesi prima di sua figlia Lijhn, partita in compagnia di un gruppo di avventurieri venuti da lontano: egli non perdeva occasione di dolersi di quel fato, ma alla fine si vedeva l’orgoglio del padre per la figlia che aveva seguito la propria strada e che ora era in giro a scoprire il mondo, pur con tutti i pericoli che ne conseguivano.
Io avevo diritto a vitto, alloggio e una piccola paga che mi consentiva di fare qualche acquisto di tanto in tanto, sebbene serbassi la maggior parte delle monete d’argento per il viaggio che avrei sicuramente intrapreso verso Sud; con i primi risparmi, tuttavia, tornai da Banur e Siapha e li ripagai per l’ospitalità che mi avevano concesso: non volevano accettare, ma io insistetti e alla fine, grati, presero quelle poche monete che avevo portato loro.

Trascorsi a Mabrhin quasi un lustro della mia vita, imparando il dialetto dei nani e, in parte, persino quello gutturale dei minotauri, clienti abituali che si fermavano lungo la strada della costa del Dodantior.
In quel periodo ebbi modo di conoscere anche un mio simile, Helrel di Arielnor, mezzelfo che viveva in villaggio vicino al lago Bereyis nel Keldetuir centrale. Si fermò alla locanda per una decade, circa nove giorni in più di quanto aveva preventivato, poi dovette partire per affari da sbrigare a Lanther.
Dopo un mese, quando tornò dalla città, presi la decisione di lasciare Mabrhin e lo seguii: era bello, gentile e sagace; dopo l’iniziale resistenza, avevo deciso che mi sarei concessa a lui e che ci saremmo uniti in matrimonio sotto la benedizione di Clilor, di cui era un fedele adoratore; appresi lungo il viaggio che era un grande conoscitore delle foreste e lavorava come Ranger nel suo villaggio, e da lui imparai a muovermi silenziosamente senza essere scorta dagli animali, a costruire trappole, arrampicarmi sugli alberi e persino a usare arco e spada.
In quel nuovo ambiente i miei sensi si svilupparono in maniera sorprendente, o per meglio dire, si ridestarono dopo un lungo torpore, così presi a sentire, vedere e percepire meglio di quanto mi fosse mai capitato in passato.

continua…


In copertina: Half-Elf Portrait by kimsokol (DeviantArt)

41 commenti

    1. Buongiorno a te, Nadia! 🙂
      Ci sono due elementi da considerare in questo racconto: il primo è la sinteticità dell’autobiografia che fa Nisuab dei fatti che gli sono occorsi; in secondo luogo, c’è da considerare che la sua vita era stata per un lungo tratto un vero e proprio calvario e quindi, nel momento in cui trova la serenità, quasi non le par vero e si lascia andare.

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  1. Adoro il tuo stile così descrittivo da far vivere in pieno ogni minimo particolare… riesci sempre a suscitare emozioni. Poi forse sono un pochino di parte perché amo il genere fantasy. Bravissimo come sempre. Grazie.

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    1. Grazie mille, Alice! 🙂
      Sì, nel fantasy mi piace usare questo approccio, senza eccedere in particolari irrilevanti, ma dando una tridimensionalità all’ambiente (e uno spessore ai personaggi, con le loro azioni, più che con quello che si dice).
      Sono consapevole che a volte mi riesce meglio che in altre, ma credo sia normale! 🙂

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    1. Mi fa davvero piacere che un po’ del mondo di Sphaera sia arrivato fin qua.
      Con questo spazio settimanale (che magari in futuro raddoppierà pure) sto appunto cercando di far vedere che quella parte non è accantonata, ma vuole integrarsi a tutto il resto 😉

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