Pas encore #7

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Quel pomeriggio Pascal li aveva visti dallo specchietto retrovisore ed era pressoché certo che anche quell’uomo aveva fissato l’auto della polizia che si allontanava: la faccia di Jean non gli era nuova, ma gli ci era voluto qualche momento per collegarla a quella che aveva visto un paio di settimane prima, quando era passato nella viuzza del residence per incrociare Amelie, uno dei primi giorni dopo che lei aveva sporto denuncia per lo scippo.
La tentazione era stata quella di girare l’auto e fare un controllo sulle sue generalità, ma era fianco a fianco a lei e avrebbe solo rimediato una figuraccia, così aveva lasciato perdere. Almeno fino a fine turno, perché quand’era tornato a casa il sorrisetto sulla faccia di quell’uomo, che ancora non sapeva si chiamasse Jean Dominic de Lassalveaut, continuava a irritarlo, così, in barba a qualsivoglia buonsenso, aveva preso la macchina e si era recato sotto casa di Amelie, ma, una volta arrivato a destinazione, non aveva più avuto la benché minima idea di cosa fare.
Si diede dello stupido e del codardo, ma suonare a quell’ora senza alcun invito o preavviso avrebbe stroncato sul nascere ogni speranza di conoscerla meglio o chiederle un appuntamento, perciò rimase parcheggiato per più di un’ora sotto il condominio in cui viveva la donna, lambiccandosi sul da farsi. Gli era persino venuta una mezza idea: avrebbe trafugato una borsetta che assomigliava alla descrizione di quella che le era stata rubata, una tra le tante che poteva reperire nel deposito in degli oggetti sequestrati ai venditori abusivi, e gliel’avrebbe portata personalmente. Sapeva che era uno mezzuccio stupido, ma era l’unico che gli era venuto in mente.
L’orologio digitale della sua Citroën segnava le ventidue e venti: decise che era inutile restare ancora, ma a quel punto, dalla porta d’ingresso del palazzo, uscì la figura di Jean. Lo seguì con lo sguardo mentre attraversava la stradina interna e poi lo vide sparire nell’edificio di fronte a quello di Amelie; dopo un paio di minuti, una finestra del quinto piano si illuminò.
Pascal annotò quell’informazione sul taccuino che teneva nel portaoggetti e mise in moto l’auto: ora che aveva l’indirizzo, non doveva far altro che rivolgersi a un amico che lavorava all’anagrafe del municipio di zona e chiedergli un favore in veste ufficiosa, così da avere tutti gli strumenti per risalire a quella faccia che, a tutti gli effetti, gli risultava sospetta. D’altro canto, salvare Amelie dalle mani di un farabutto sarebbe stato senz’altro meglio che riportarle una borsetta rubata come aveva pocanzi architettato. E che l’avrebbe messo pure nei guai se fosse stato scoperto a farlo.
Arrivato a casa, si sdraiò sul letto con le dita intrecciate dietro la nuca e ripensò agli occhi verdi della donna che era ormai al centro di tutti i suoi pensieri: il sorriso si allargò sulle labbra del poliziotto e, nel giro di qualche momento, si addormentò con l’animo lieve e colmo di speranza.

continua…

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