La Torre #1

Arlette era una giovane raminga che aveva consacrato la sua vita al vagabondaggio: ciò le permetteva di viaggiare, fare esperienze e visitare posti nuovi, ma anche tornare in quelli a cui era più legata. E tra questi c’era la Torre, l’unica struttura che si ergeva ancora salda tra i ruderi di un antico castello ormai diroccato.
C’erano molte leggende legate alla Torre e Arlette le aveva sentite quasi tutte, ma non prestava loro ascolto, anzi, non era affatto convinta della loro veridicità: pensava, difatti, che fossero state messe in giro solo per spaventare i bambini affinché si tenessero lontani da quel luogo, solitario e pericoloso a detta dei pavidi che le andavano raccontando.
Ma lei era una raminga e credeva che le leggi, le regole e tutte quel ciarpame di norme e convenzioni non avessero nulla a che fare con lei. Inoltre, in una qualche maniera, amava la Torre, anche se non vi aveva mai messo piede.
Senza contare che quella sera stava per iniziare a piovere e voleva solo trovare un posto dove riposare una notte o due… tre al massimo.
La porta si schiuse con un tocco delicato delle sue dita e i sonagli che portava ai polsi e alle caviglie tintinnarono quando mosse i suoi passi all’interno: non v’era altro chiarore che quello dei lampi che, di tanto in tanto, saettavano lame di luce dalla porta aperta alle sue spalle. Una folata di vento, però, fece sbattere l’uscio, che si serrò di colpo: un rumore sordo e fu tutto buio. Il nero più assoluto.
Un brontolio cupo vibrò nell’aria.
Arlette arretrò, fino a sbattere con la schiena contro l’ingresso, ma la maniglia era bloccata e non accennava a volersi smovere, pur mettendoci, la raminga, tutta la forza della paura e della disperazione, nello sforzo di aprirsi la via per fuggire. I sonagli tintinnavano freneticamente e il loro suono si mischiava al verso dell’animale che le si avvicinava senza produrre altro rumore.
Due luci apparvero a pochi passi dalla giovane donna, due occhi, d’un colore argentato e dall’aspetto ferino e felino.
Eccoti giunta, nuova anima della Torre.”

Arlette continuò a vivere nella torre per anni: crebbe e divenne una donna tra quelle mura circolari di pietra calcarea; al suo fianco, come protettore e guardiano, c’era sempre il coguaro dal manto argentato, una di quelle belve di cui narravano le storie a cui lei non aveva dato alcun credito.
Aveva fatto la sua apparizione la notte stessa in cui la ragazza aveva messo piede sul freddo pavimento di roccia della Torre. Il felino sapeva parlare, anche se la sua lingua era comprensibile solo a lei e quel che le disse quella notte le rimase impresso nella mente: “Ora tu appartieni alla Torre. La tua vita è legata a questo luogo, perché tu l’hai eletto a tua dimora per questa notte. E questa notte sarà tutte le notti della tua vita.”
Arlette aveva diritto di uscire, di muoversi nei boschi e nelle zone circostanti, purché rientrasse entro i confini della Torre prima che il sole tramontasse, altrimenti avrebbe patito un dolore indicibile e, se avesse perdurato nella sua follia di restare fuori, il coguaro argentino sarebbe uscito dalla Torre e l’avrebbe dilaniata con i suoi denti aguzzi e gli artigli affilati. Anche su questo era stato chiaro fin dal principio.
La giovane, dopo alcune notti, aveva deciso di ignorare la regola imposta, o forse intendeva mettere alla prova quello che le era stato detto: non aveva fatto ritorno quando il sole era sparito oltre l’orizzonte, ma a quel punto un dolore lancinante, dapprima al petto e poi al capo, l’avevano convinta che la minaccia del guardiano protettore non era affatto vana; difatti, una volta rientrata nella Torre, il dolore era svanito d’incanto e il coguaro le aveva soffiato contro, lasciando intendere queste parole: “Stavo per venire a cercarti e dilaniarti: che ti serva da lezione, una volta per tutte.”

continua…


In copertina: A Lone Song by rodmendez (DeviantArt)

106 commenti

      1. L’ultimo paragrafo specialmente, da “Fiona continuò a vivere nella torre per anni…” in poi, mi ha colpita, facendomi immergere completamente nell’atmosfera fantastica: la torre dai denti aguzzi e dagli artigli affilati! Prima, le luci argentee, eccetera. I suoni. Misceli bene, anche se toglierei le domande Ma lei era una raminga, no? Che c’entrava con quelle storie?: stonano un po’, spezzando l’immersione, secondo me.

        Ops! Non puoi più vincere il mio premio, qualcuno ha indovinato il nome della cantante.

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      2. Le domande spezzano, vero, ma non sono casuali. Capirai il motivo di questa scelta alla fine del racconto 😉
        … O al più ti darò la mia motivazione 😁

        PS Ho letto e ci avevo pensato. Solo che non ho voluto “rischiare”

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    1. Somiglia a fiona l’orchessa… credo! 😛

      Sai che non ho nemmeno dovuto immaginarla? Era così. Comunque secondo me ha i camelli castani corti… almeno quando è entrata, poi c’è stato il lockdown e addio parrucchieri! 🤣

      PS: Grazie fes! 😉

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    1. Non è così strano: magari nel settembre 2020 non seguivi ancora lo scribacchino (era nato il 31 agosto, e non mi ero ancora palesato).

      Allora spero di aver fatto cosa buona a riproporlo, con alcune correzioni e piccoli cambiamenti (compreso il nome della protagonista, al tempo “Fiona”)

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  1. Bello! mi piace il suo modo di scrivere!
    Ho provato ad immaginare se lei scrivesse una storia su un persona sorda (come me) che vive emarginato dalla fredda società e romanzare ogni cupa emozione e pensiero che avvolge questa persona per tutto il resto della sua vita, sarebbe uno spettacolo!
    Grazie per l’articolo

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    1. Buongiorno!
      Ti ringrazio (qui si usa dare del tu, per creare una vicinanza e una convivialità che permette di essere più diretti)
      L’idea di un simile racconto, dettato della tua esperienza diretta, per me sarebbe ostico, ma un giorno potrei cimentarmi e provare a capire se un simile progetto potrebbe prendere luce, visto che mi sono sempre levato le soddisfazioni di scrivere anche di persone isolate (volontariamente o meno).
      Spero ti piacciano anche i prossimi brani di questo racconto e spero che qui ne troverai altri che possano divertirti/emozionarti/farti riflettere.

      Grazie a te di essere passato.

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