Cadere #5

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Firmo e mi faccio dimettere: il dottore che mi visita mi chiede spiegazioni su cosa sia successo, ma io non gli rispondo granché, a parte qualche balla sulla giornata di merda e su quello che sto passando sul lavoro con i nuovi riassetti.
A un certo punto sembra quasi che mi capisca, ma sono certo che è tutto un bluff, così mi alzo e gli chiedo dove devo firmare per uscire e gli prometto che non berrò almeno per un bel po’ e che lo spavento che mi sono preso mi basterà per tanto, tanto tempo.
Non credo che mi creda, ma non può far altro che assecondare la mia decisione, così mi indica i punti dove scrivere e mi saluta. Io nemmeno gli rispondo, prendo le mie poche cose e mi dirigo verso l’ascensore con passo deciso.

Lei è lì, nell’atrio, con un bicchierino di caffè nella sinistra e la palettina di plastica tra il pollice e l’indice dell’altra mano: il movimento rotatorio si interrompe quando mi vede avanzare verso la porta scorrevole: mi si affianca.
«Ti hanno dimesso?» non la guardo, ma allungo la falcata e lei fa altrettanto per tenere gli occhi incollati alla mia faccia. «Perché devi essere così stupido? Forse dovevo lasciarti morire, l’altra sera…»
Butto fuori l’aria dal naso, con una smorfia beffarda sulle labbra «Forse.» la mia voce esce più stridula del solito e già quand’è normale mi fa abbastanza schifo.
«Perché non ti fermi e ne parliamo?» mi afferra il polso e mi trattiene: non so se è il gesto deciso o la mia debolezza, ma riesce nell’intento di interrompere il mio incedere e mi si para davanti «Ti prego, dimmi che ti sta succedendo!»
Io non riesco nemmeno a guardarla in faccia e fisso il giardinetto che c’è appena fuori dalle porte a vetri e mi viene un groppo alla gola «Non… non lo so.» ma con uno strattone mi svincolo dal lei e riprendo a camminare.
Stavolta non mi segue e vedo il suo riflesso: è ancora tanto bella, ma l’ho fatta sfiorire con la mia presenza e ora è meglio che mi lasci in pace una volta per tutte.

continua…

63 commenti

  1. Wow, mi ero persa i nuovi racconti. Ho recuperato, leggendoli entrambi. Per mie preferenze personali, mi ha incuriosito moltissimo “La Torre” e aspetto con ansia il seguito. Ma anche “Cadere” l’ho letto d’un fiato, apprezzando molto la caratterizzazione del protagonista. Alla prossima! Ti auguro una felice giornata 🙂

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    1. Come quasi sempre accade con questi racconti, la risposta è “NO”.
      Magari ho in mente qualche passaggio, qualche elemento del racconto, ma raramente la fine: mi faccio trasportare dall’incipit e dalle parole. Poi magari riscrivo buona parte per adattarla a quel che accade dopo, ma quando parto, la fine so che c’è, ma è nascosta dalla fog of war
      😉

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    1. Grazie mille, Raffa! 🙂
      No, non necessariamente. Certo, per il romanzo (tetralogia, per l’esattezza) ho in mente i punti principali e i passaggi di tutta la saga, ma nulla vieta che ci siano variazioni (anche non marginali) in itinere. Però un punto d’arrivo è necessario conoscerlo, altrimenti non puoi ideare la storia.
      Questi racconti, invece, sono spesso dettati dall’idea iniziare della situazione ed è proprio il bello di questa cosa che ti permette di viverli passo dopo passo, scena dopo scena, senza la sicurezza di sapere cosa accadrà dopo quelle righe.
      Poi, magari, era tutto sbagliato e rifai buona parte del lavoro, ma intanto è partito così. 🙂

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  2. Come accade spesso, chi tenta di aiutare, seppur molto vicino, suscita sensazione urticante, irritazione. Forse è l’approccio materno/paterno che non è per nulla adatto a comprendere e ad alleviare momenti critici. È una via di mezzo tra il crogiolarsi nell’istante depressivo, l’orgoglio fuori luogo alla “faccio da solo” o alla “sono adulto, non ho bisogno di facsimili paterni e materni”.

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    1. Esatto: a volte l’aiuto non richiesto è la cosa peggiore che possa essere messa a disposzione. Altra cosa è domandare se c’è bisogno, allora c’è la possibilità di scelta.

      Detto ciò, a “bocce ferme” si capisce comunque chi ci tiene e chi no, anche se ha agito in maniera non giudicata utile/corretta! 🙂

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